S'accordi omai la vostra voce orrenda,
o
Furie, a quella del cantor parnasio,
acciocché
l'alta mia missione imprenda.
Io
canterò le sorti di un ginnasio,
da
che un mattino – stando alla leggenda –
andò
a insegnarvi il Professor Gelasio.
Per
castigare i vivi il Padreterno
lo
scelse tra gli spirti de lo 'nferno.1
Ahi,
miseri! ché, divenuti bianchi
dal
raccapriccio, gli studenti invano
cercarono
rifugio sotto i banchi:
stringendo
un'ascia torta nella mano,
il
Professore li colpì sui fianchi
e
ne lacerò i corpi a brano a brano.
Sopravvissero
in pochi alla mattanza,
ma persero per sempre la speranza.
ma persero per sempre la speranza.
Contento,
prese posto su uno scranno
e
pronunciò la dura sua sentenza:
«Somari,
non sperate a fine anno
di
ottenere da me la sufficienza!
Mi
diverte vedervi nell'affanno
a
invocare la somma Provvidenza.
Voi
non sapete quello che v'aspetta:
ché
ad ogni errore adoprerò l'accetta.
Ho
dato già del mio sistema un saggio:
tremino,
dunque, e sappiano i ribelli
che
non mi pesa l'essere malvagio!»
Così
disse agli allievi. E non pur quelli
tremavano
d'angoscia al suo passaggio,
ma
anche tutti i docenti ed i bidelli.
Tanto
destò negli animi terrore
che
scappò via persino il direttore.
«Ὁράω,
φέρω, λύω, βλώσκω, τίθημι, ἥκω»2:
si
udiva riecheggiare ogni mattina
la
conturbante litania di greco.
E
chi osteggiava l'ardua disciplina
il
Professore lo portava seco
nella
camera della ghigliottina
e
seguitava a interrogarlo pure
quand'avea
il capo mozzo dalla scure.
Ma
gli studenti ardimentosi, intanto,
nell'aula,
all'ora della ricreazione,
si
adunavano taciti in un canto
per
consigliarsi sulla situazione.
«Compagni,
omai siamo venuti a tanto
che
sola resta la rivoluzione:
uniti
tutti insieme contro il male
eleggiamo
in segreto un generale!»
Ahi,
si fossero allor voltati indietro!
Ché
attraverso gli occhi di un ritratto
da
lì distante poco più di un metro
il
Gelasio li spiava soddisfatto,
gli
occhi sanguigni, sogghignando tetro:
li
vide suggellare il loro patto;
li
vide intenti a quel vano disegno
e
quasi ne ebbe pena, anzi che sdegno.
«Matto
è chi spera di restare in vita
tramando
contra me; ché non sopporto
che
la missione mia mi sia impedita.
Imploreranno
dai lor guai conforto
– ma
troppo tardi! – e cheggeranno aita.
Inutile
ardimento e malaccorto!
Punirò
tutte le cattive azioni
a
suon di verbi e di declinazioni.»
Gli
allievi, quindi, stretti in capannello,
costituirono
un forte reggimento
affidandolo
a un Capo Colonnello
che
li guidasse al nobile cimento
(credendo
esser lontano e ignaro quello3
ch'era
lì presso, a ogni discorso intento);
e
perché più operasse facilmente
il
Capo fu affiancato da un Tenente.
Ma
quando si richiese un candidato
per
tendere un tranello al professore,
gli
studenti si fecero di lato
fingendo
chi un impegno, chi un malore.
Poi
una Donzella, riprendendo fiato,
levò
una mano e disse a malincuore:
«Giacché
vi vedo tutti titubanti,
sarò
io, al posto vostro, a farmi avanti.»
Ma
il Colonnello, rosso di vergogna,
gridò:
«Compagni, io per primo tremo
pensando
a quando finirò alla gogna.
Ma
a una donzella non permetteremo
di
perdere la vita. Ora bisogna
correre
tutti insieme al rischio estremo.
Silenzio,
dunque, e più non si discute!
Fortuna
duce, comite virtute!4»
«O
Colonnello, lascia che sia espressa
qui
– disse la Donzella – la mia forza.
Venni
al mondo per esser soldatessa
e
la mia pelle è dura come scorza.
Non chiedo aiuto; vado da me stessa.
Non chiedo aiuto; vado da me stessa.
Vedrete,
poi, che la bellezza smorza
e
scioglie ogni ferocia, ogni tensione;
ed
io so le armi della seduzione!»
Il
Colonnello ci pensò un minuto,
poi
cominciò: «Non sai tu quanto ammiri
la
tua virtù, che ho qui riconosciuto.
Certo
la donna è maestra di raggiri!
E
dunque va', senza nessun aiuto,
e
trova il modo onde quel bruto attiri
in
un'insidia; e se darà i suoi frutti
la
tua missione ci salverà tutti.»
Ciascuno
giudicò che fosse quella
la
proposta più giusta e necessaria.
Si
stabilì perciò che la Donzella
andasse
interrogata volontaria
quel
giorno stesso, nell'oscura cella
del
bruto, nella cella carceraria
in
cui tanti studenti, anche i più forti,
per
mano di Gelasio erano morti.
Lì
dentro, sotto attrezzi assai grotteschi,
c'era,
difatti, un baratro profondo,
sempre
pieno di morti freschi freschi.
Giacevano,
laggiù nell'atro fondo,
carcami
bianchi, femori, unghie, teschi
di
allievi già spediti all'altro mondo:
il
Gelasio serbava in quella fossa
la
sua preziosa collezione d'ossa.
Fortuna
volle che egli avesse il vizio
di
camminare assorto fino al punto
in
cui si apriva il nero precipizio
e
di fermarsi quando v'era giunto;
da
lì emetteva sempre il suo giudizio
scrivendo
sul registro un breve appunto;
quindi
leggeva ad alta voce il voto,
lanciando
lo studente giù nel vuoto.
Il
Colonnello prese la parola:
«Siate
tenaci, impavidi e fidenti,
ché
per noi la Donzella oggi s'immola!
Lotteremo
con l'ugne e con i denti
per
cacciare il demonio dalla scuola.
Finirà
come tutti i suoi studenti:
spinto dalla Donzella all'improvviso
spinto dalla Donzella all'improvviso
cadrà
nel fosso, rimanendo ucciso.»
Tutto
Gelasio udì, non perse nulla
di
quel discorso, e rise, in suo pensiero,
come
chi all'altrui male si trastulla.
Gli
parve comico il contegno altiero
del
Colonnello, buffa la fanciulla
che
sperava ingannarlo per davvero.
Ruppe
il silenzio poi la campanella
e
l'opera iniziò della Donzella.
Stava
ciascuno quieto, ad occhi bassi,
ritte
le orecchie, immobili, in ascolto.
Udirono
appressarsi i tardi passi
del
Professore e videro il suo volto.
«Silenzio!
Interroghiamo di sintassi.»
La
voce calma, il fare disinvolto
non
dicevano come dentro il petto
bruciasse
quel suo spirto maladetto.
Prima
sedette e li squadrò soltanto;
quindi
parlò: «Cortesemente invito
i
volontari nella stanza accanto.»
E
la Donzella alzò subito il dito,
ferma
nel suo dovere sacrosanto.
Il
Professore commentò stupito:
«Se
di te stessa sei così sicura,
seguimi
pure nella cella oscura.»
Ecco:
con lei va tutta la sua banda
cupa,
dimessa, desolata e trista.
Non
vuol Fortuna che la miseranda
fanciulla
dal suo piano anco desista!
E
già pensa il Gelasio a una domanda
che
colga la Donzella alla sprovvista.
Entrano
in fila. Un gran silenzio ingombra
la
cella carceraria. E tutto è in ombra.
Passato
l'uscio, immaginò ciascuno
d'essere
entrato nella valle inferna.
D'un
tratto crepitò nell'aer bruno
il
tenue scintillio d'una lucerna.
Sembrò
che si tenesse un gran raduno
di
spettri in quella lugubre caverna;
e
su tutti spiccava, in piena luce,
del
Professore il guardo obliquo e truce.
Qualunque
cosa accada, non mi arrendo!
pensava
la Donzella, ma sentiva
un
groppo fitto al cuore, non sapendo
se
mai da lì sarebbe uscita viva.
Ed
il primo quesito udì, tremendo:
«Come
si forma una consecutiva?»
Già
la Donzella avea le idee confuse,
ma
ora la mente al tutto le si chiuse.
Calò
il silenzio, tragico, solenne,
né
la Donzella ancor si diè per vinta,
ché
il desiderio di passare indenne
la
prova le donò coraggio e grinta.
Se
la risposta pur non le sovvenne,
era
tanto abituata a fare finta
che
con fermezza e inusitata lena
incominciò
a parlar tutta serena.
Ma
l'astuto Gelasio, a ogni buon conto,
non
si lasciò da lei metter nel sacco:
si
finse assorto, e invece era già pronto
un'altra
volta a muovere all'attacco.
Fingi,
lo so, non sono mica tonto!
Vedi
come ti tengo sotto scacco!
pensava,
ed i suoi occhi, intenti e fisi,
di
sangue acceso entrambi erano intrisi.
Soffocava
l'acerbo suo dispitto
con
gran maestria quell'anima grifagna.
«Vedete
– disse – come trae profitto
dai
libri la vostra abile compagna!
Se
la caverà pure con lo scritto,
se
le chiedo di andare alla lavagna.»
E
pronunciò l'orribile minaccia
guardando
la sua allieva dritto in faccia.
Rabbrividì
a quel suon la poverina,
il
viso raggelato come ghiaccio;
poi
ribatté con voce cristallina:
«Non
posso proprio, sa. Me ne dispiaccio.
Guardi
un po' il caso: proprio stamattina
mi
son svegliata con un male al braccio.
Devo
stare a riposo. Per adesso
non
riesco neanche ad impugnare il gesso.»
Disse
Gelasio: «Certo, un brutto affare!
Ma
conosco il rimedio: ho tutti i mezzi
che
servono a mozzare e ad amputare.»
Ed
indicò gli straordinari attrezzi
con
cui solea gli allievi spaventare,
punire
e ancor più spesso fare a pezzi.
«E
tuttavia, se troppo non ti duole,
voglio
che scriva solo due parole.»
Il
rimedio proposto dal docente
alla
Donzella indomita non piacque
e,
rassegnata all'ordine cogente,
si
fece presso alla lavagna e tacque.
Mentre
diceva le preghiere in mente,
maledicendo
il seme da cui nacque,
queste
parole udì chiare e severe:
«Declina
un lemma anomalo a piacere!»
Declinazioni,
queste sconosciute!
che
vittime incolpevoli e perbene
per
secoli in gran copia hanno mietute!
Declinazioni,
turpi cantilene
di
morte in lingue inutili e perdute!
Ogni
tedio, ogni assillo si contiene
nel
vostro ritmo ignobile e perverso
che
non udito intrama l'universo.5
Or la Donzella, udendo la richiesta,
si
avvede che lo studio a nulla giova.
Pare
che dal profondo una tempesta
di
sostantivi e verbi la sommuova.
Né
la sua confusion fa manifesta,
né
s'arrende davanti a quella prova.
Anzi
al manuale (ultimo baluardo!),
ch'è
aperto lì vicino, dà uno sguardo.
Ma
è inutile: giacché nelle ore estreme,
quando
cerchi dagli altri alcun consiglio,
dilegua
con la forza anche la speme.
S'aggrappò
l'infelice a un falso appiglio:
ché
le lettere, miste tutte insieme,
non
discernea, benché aguzzasse il ciglio.
Piuttosto
sul manuale quei segnetti
le
sembrarono un nugolo d'insetti.
Stette
a pensarci sopra per un pezzo,
tentò
pure di scrivere: alfa...
sigma...
Ma
poi interruppe la parola a mezzo,
né
infine venne a capo dell'enigma.
Il
Gelasio concluse con disprezzo:
«Bene,
passiamo adesso
a
un paradigma.
Scegli
tu stessa tra τιτρώσκω
e
θάλλω6.»:
così
la colse finalmente in fallo.
Avere
si può ben la faccia tosta,
ma
improvvisare certo non è saggio
se
si ignora del tutto la risposta.
Così
scemò il volatile coraggio
della
Donzella, ch'oramai, deposta
ogni
arma, si trovò in grande svantaggio.
Malgrado
ciò non seppe presentire
il
mal, ch'aveva ancora da venire.
Infatti,
per raggiungere lo scopo
per
cui era stata prima incaricata,
doveva
agire solamente dopo
che
Gelasio l'avesse interrogata.
E
affinché andasse bene, anzi, era d'uopo
che,
con mossa un po' sconsiderata,
si
avvicinasse il barbaro fellone
al
margine scosceso del burrone.
Ma,
eludendo ogni attesa, l'insegnante,
che
tutto ha spiato, e fatto è già sagace7,
si
tiene dal burrone ben distante
e,
anziché alzarsi, resta al posto, e tace.
E
la Donzella, in quel preciso istante,
dalla
padella cade nella brace:
ai
suoi piedi Gelasio apre una botola
e
l'infelice sottoterra rotola.
«Addio,
ingrata! Addio, analfabeta! –
gridava
il Professore, riguardando
con
allegria la botola segreta. –
Di lì uscirai, già morta, solo quando
Di lì uscirai, già morta, solo quando
il
Sole inghiottirà il nostro pianeta.
Chiunque
altro contro me sollevi il brando
lo
spedirò attraverso quella gola
nelle
cupe prigioni della scuola!»
Si
levò dalla gola il grido atroce
dell'allieva
caduta nelle tenebre.
Rimase
il Colonnello senza voce,
come
impietrito, e ribatté le palpebre,
mentre
nel buio il Professor feroce
intonava
da solo un canto funebre.
Quello
che accadde agli altri miserandi
convien
che a un altro canto lo rimandi.
1
La
prima ottava, in ottemperanza ai canoni del genere epico, contiene
l'invocazione (vv. 1-3) e la protasi (vv. 4-8). Il poeta si rivolge
eccezionalmente alle Furie, le divinità romane della vendetta,
corrispondenti alle greche Erinni. Il rimando non è tanto a Eschilo
e alla letteratura latina, quanto a Dante, che raffigura le tre
creature mostruose nel canto IX dell'Inferno
(vv.
34-54). Il «cantor parnasio» (v. 2) è Apollo, dio della poesia,
al quale il monte Parnaso è consacrato: anche in questo caso, il
precedente è Dante (Paradiso,
I,
13-21).
Il poeta chiede alle Furie di accordare la propria «voce orrenda» a quella di Apollo: è un coro stridente e soave insieme, che definisce la duplicità di toni (tragici e comici) su cui il poemetto è costruito.
Il poeta chiede alle Furie di accordare la propria «voce orrenda» a quella di Apollo: è un coro stridente e soave insieme, che definisce la duplicità di toni (tragici e comici) su cui il poemetto è costruito.
2
Ὁράω, φέρω, λύω, βλώσκω, τίθημι, ἥκω:
sei
verbi tra i più ricorrenti nei manuali di grammatica greca.
3
quello:
Gelasio.
4
Fortuna duce, comite virtute!:
«La
Fortuna ci guidi, la virtù ci sia compagna!» È il rovesciamento
della locuzione ciceroniana: «Virtute duce, comite fortuna!» (Cic,
Epist.
fam., X,
3)
5
È
l'«apostrofe alle declinazioni», con cui il poeta interpreta il
malessere della Donzella interrogata e palesa la sua personale
avversione per la grammatica.
6
τιτρώσκω
e
θάλλω:
due
verbi greci.

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