domenica 22 dicembre 2013

Canto primo



S
'accordi omai la vostra voce orrenda,
o Furie, a quella del cantor parnasio,
acciocché l'alta mia missione imprenda.
Io canterò le sorti di un ginnasio,
da che un mattino – stando alla leggenda –
andò a insegnarvi il Professor Gelasio.
Per castigare i vivi il Padreterno
lo scelse tra gli spirti de lo 'nferno.1


Ahi, miseri! ché, divenuti bianchi
dal raccapriccio, gli studenti invano
cercarono rifugio sotto i banchi:
stringendo un'ascia torta nella mano,
il Professore li colpì sui fianchi
e ne lacerò i corpi a brano a brano.
Sopravvissero in pochi alla mattanza,
ma persero per sempre la speranza.

Contento, prese posto su uno scranno
e pronunciò la dura sua sentenza:
«Somari, non sperate a fine anno
di ottenere da me la sufficienza!
Mi diverte vedervi nell'affanno
a invocare la somma Provvidenza.
Voi non sapete quello che v'aspetta:
ché ad ogni errore adoprerò l'accetta.

Ho dato già del mio sistema un saggio:
tremino, dunque, e sappiano i ribelli
che non mi pesa l'essere malvagio!»
Così disse agli allievi. E non pur quelli
tremavano d'angoscia al suo passaggio,
ma anche tutti i docenti ed i bidelli.
Tanto destò negli animi terrore
che scappò via persino il direttore.

«ράω, φέρω, λύω, βλώσκω, τίθημι, κω»2:
si udiva riecheggiare ogni mattina
la conturbante litania di greco.
E chi osteggiava l'ardua disciplina
il Professore lo portava seco
nella camera della ghigliottina
e seguitava a interrogarlo pure
quand'avea il capo mozzo dalla scure.

Ma gli studenti ardimentosi, intanto,
nell'aula, all'ora della ricreazione,
si adunavano taciti in un canto
per consigliarsi sulla situazione.
«Compagni, omai siamo venuti a tanto
che sola resta la rivoluzione:
uniti tutti insieme contro il male
eleggiamo in segreto un generale!»

Ahi, si fossero allor voltati indietro!
Ché attraverso gli occhi di un ritratto
da lì distante poco più di un metro
il Gelasio li spiava soddisfatto,
gli occhi sanguigni, sogghignando tetro:
li vide suggellare il loro patto;
li vide intenti a quel vano disegno
e quasi ne ebbe pena, anzi che sdegno.

«Matto è chi spera di restare in vita
tramando contra me; ché non sopporto
che la missione mia mi sia impedita.
Imploreranno dai lor guai conforto
ma troppo tardi! – e cheggeranno aita.
Inutile ardimento e malaccorto!
Punirò tutte le cattive azioni
a suon di verbi e di declinazioni.»

Gli allievi, quindi, stretti in capannello,
costituirono un forte reggimento
affidandolo a un Capo Colonnello
che li guidasse al nobile cimento
(credendo esser lontano e ignaro quello3
ch'era lì presso, a ogni discorso intento);
e perché più operasse facilmente
il Capo fu affiancato da un Tenente.

Ma quando si richiese un candidato
per tendere un tranello al professore,
gli studenti si fecero di lato
fingendo chi un impegno, chi un malore.
Poi una Donzella, riprendendo fiato,
levò una mano e disse a malincuore:
«Giacché vi vedo tutti titubanti,
sarò io, al posto vostro, a farmi avanti.»

Ma il Colonnello, rosso di vergogna,
gridò: «Compagni, io per primo tremo

pensando a quando finirò alla gogna.
Ma a una donzella non permetteremo
di perdere la vita. Ora bisogna
correre tutti insieme al rischio estremo.
Silenzio, dunque, e più non si discute!
Fortuna duce, comite virtute!4»

«O Colonnello, lascia che sia espressa
qui – disse la Donzella – la mia forza.
Venni al mondo per esser soldatessa
e la mia pelle è dura come scorza.
Non chiedo aiuto; vado da me stessa.
Vedrete, poi, che la bellezza smorza
e scioglie ogni ferocia, ogni tensione;
ed io so le armi della seduzione!»

Il Colonnello ci pensò un minuto,
poi cominciò: «Non sai tu quanto ammiri
la tua virtù, che ho qui riconosciuto.
Certo la donna è maestra di raggiri!
E dunque va', senza nessun aiuto,
e trova il modo onde quel bruto attiri
in un'insidia; e se darà i suoi frutti
la tua missione ci salverà tutti.»

Ciascuno giudicò che fosse quella
la proposta più giusta e necessaria.
Si stabilì perciò che la Donzella
andasse interrogata volontaria
quel giorno stesso, nell'oscura cella
del bruto, nella cella carceraria
in cui tanti studenti, anche i più forti,
per mano di Gelasio erano morti.

Lì dentro, sotto attrezzi assai grotteschi,
c'era, difatti, un baratro profondo,
sempre pieno di morti freschi freschi.
Giacevano, laggiù nell'atro fondo,
carcami bianchi, femori, unghie, teschi
di allievi già spediti all'altro mondo:
il Gelasio serbava in quella fossa
la sua preziosa collezione d'ossa.

Fortuna volle che egli avesse il vizio
di camminare assorto fino al punto
in cui si apriva il nero precipizio
e di fermarsi quando v'era giunto;
da lì emetteva sempre il suo giudizio
scrivendo sul registro un breve appunto;
quindi leggeva ad alta voce il voto,
lanciando lo studente giù nel vuoto.

Il Colonnello prese la parola:
«Siate tenaci, impavidi e fidenti,
ché per noi la Donzella oggi s'immola!
Lotteremo con l'ugne e con i denti
per cacciare il demonio dalla scuola.
Finirà come tutti i suoi studenti:
spinto dalla Donzella all'improvviso
cadrà nel fosso, rimanendo ucciso.»

Tutto Gelasio udì, non perse nulla
di quel discorso, e rise, in suo pensiero,
come chi all'altrui male si trastulla.
Gli parve comico il contegno altiero
del Colonnello, buffa la fanciulla
che sperava ingannarlo per davvero.
Ruppe il silenzio poi la campanella
e l'opera iniziò della Donzella.

Stava ciascuno quieto, ad occhi bassi,
ritte le orecchie, immobili, in ascolto.
Udirono appressarsi i tardi passi
del Professore e videro il suo volto.
«Silenzio! Interroghiamo di sintassi.»
La voce calma, il fare disinvolto
non dicevano come dentro il petto
bruciasse quel suo spirto maladetto.

Prima sedette e li squadrò soltanto;
quindi parlò: «Cortesemente invito
i volontari nella stanza accanto.»
E la Donzella alzò subito il dito,
ferma nel suo dovere sacrosanto.
Il Professore commentò stupito:
«Se di te stessa sei così sicura,
seguimi pure nella cella oscura.»

Ecco: con lei va tutta la sua banda
cupa, dimessa, desolata e trista.
Non vuol Fortuna che la miseranda
fanciulla dal suo piano anco desista!
E già pensa il Gelasio a una domanda
che colga la Donzella alla sprovvista.
Entrano in fila. Un gran silenzio ingombra
la cella carceraria. E tutto è in ombra.

Passato l'uscio, immaginò ciascuno
d'essere entrato nella valle inferna.
D'un tratto crepitò nell'aer bruno
il tenue scintillio d'una lucerna.
Sembrò che si tenesse un gran raduno
di spettri in quella lugubre caverna;
e su tutti spiccava, in piena luce,
del Professore il guardo obliquo e truce.

Qualunque cosa accada, non mi arrendo!
pensava la Donzella, ma sentiva
un groppo fitto al cuore, non sapendo
se mai da lì sarebbe uscita viva.
Ed il primo quesito udì, tremendo:
«Come si forma una consecutiva?»
Già la Donzella avea le idee confuse,
ma ora la mente al tutto le si chiuse.

Calò il silenzio, tragico, solenne,
né la Donzella ancor si diè per vinta,
ché il desiderio di passare indenne
la prova le donò coraggio e grinta.
Se la risposta pur non le sovvenne,
era tanto abituata a fare finta
che con fermezza e inusitata lena
incominciò a parlar tutta serena.

Ma l'astuto Gelasio, a ogni buon conto,
non si lasciò da lei metter nel sacco:
si finse assorto, e invece era già pronto
un'altra volta a muovere all'attacco.
Fingi, lo so, non sono mica tonto!
Vedi come ti tengo sotto scacco!
pensava, ed i suoi occhi, intenti e fisi,
di sangue acceso entrambi erano intrisi.

Soffocava l'acerbo suo dispitto
con gran maestria quell'anima grifagna.
«Vedete – disse – come trae profitto
dai libri la vostra abile compagna!
Se la caverà pure con lo scritto,
se le chiedo di andare alla lavagna.»
E pronunciò l'orribile minaccia
guardando la sua allieva dritto in faccia.

Rabbrividì a quel suon la poverina,
il viso raggelato come ghiaccio;
poi ribatté con voce cristallina:
«Non posso proprio, sa. Me ne dispiaccio.
Guardi un po' il caso: proprio stamattina
mi son svegliata con un male al braccio.
Devo stare a riposo. Per adesso
non riesco neanche ad impugnare il gesso.»

Disse Gelasio: «Certo, un brutto affare!
Ma conosco il rimedio: ho tutti i mezzi
che servono a mozzare e ad amputare.»
Ed indicò gli straordinari attrezzi
con cui solea gli allievi spaventare,
punire e ancor più spesso fare a pezzi.
«E tuttavia, se troppo non ti duole,
voglio che scriva solo due parole.»

Il rimedio proposto dal docente
alla Donzella indomita non piacque
e, rassegnata all'ordine cogente,
si fece presso alla lavagna e tacque.
Mentre diceva le preghiere in mente,
maledicendo il seme da cui nacque,
queste parole udì chiare e severe:
«Declina un lemma anomalo a piacere!»

Declinazioni, queste sconosciute!
che vittime incolpevoli e perbene
per secoli in gran copia hanno mietute!
Declinazioni, turpi cantilene
di morte in lingue inutili e perdute!
Ogni tedio, ogni assillo si contiene
nel vostro ritmo ignobile e perverso
che non udito intrama l'universo.5

Or la Donzella, udendo la richiesta,
si avvede che lo studio a nulla giova.
Pare che dal profondo una tempesta
di sostantivi e verbi la sommuova.
Né la sua confusion fa manifesta,
né s'arrende davanti a quella prova.
Anzi al manuale (ultimo baluardo!),
ch'è aperto lì vicino, dà uno sguardo.

Ma è inutile: giacché nelle ore estreme,
quando cerchi dagli altri alcun consiglio,
dilegua con la forza anche la speme.
S'aggrappò l'infelice a un falso appiglio:
ché le lettere, miste tutte insieme,
non discernea, benché aguzzasse il ciglio.
Piuttosto sul manuale quei segnetti
le sembrarono un nugolo d'insetti.

Stette a pensarci sopra per un pezzo,
tentò pure di scrivere: alfa... sigma...
Ma poi interruppe la parola a mezzo,
né infine venne a capo dell'enigma.
Il Gelasio concluse con disprezzo:
«Bene, passiamo adesso a un paradigma.
Scegli tu stessa tra τιτρώσκω e θάλλω6.»:
così la colse finalmente in fallo.

Avere si può ben la faccia tosta,
ma improvvisare certo non è saggio
se si ignora del tutto la risposta.
Così scemò il volatile coraggio
della Donzella, ch'oramai, deposta
ogni arma, si trovò in grande svantaggio.
Malgrado ciò non seppe presentire
il mal, ch'aveva ancora da venire.

Infatti, per raggiungere lo scopo
per cui era stata prima incaricata,
doveva agire solamente dopo
che Gelasio l'avesse interrogata.
E affinché andasse bene, anzi, era d'uopo
che, con mossa un po' sconsiderata,
si avvicinasse il barbaro fellone
al margine scosceso del burrone.

Ma, eludendo ogni attesa, l'insegnante,
che tutto ha spiato, e fatto è già sagace7,
si tiene dal burrone ben distante
e, anziché alzarsi, resta al posto, e tace.
E la Donzella, in quel preciso istante,
dalla padella cade nella brace:
ai suoi piedi Gelasio apre una botola
e l'infelice sottoterra rotola.

«Addio, ingrata! Addio, analfabeta! –
gridava il Professore, riguardando
con allegria la botola segreta. –
Di lì uscirai, già morta, solo quando
il Sole inghiottirà il nostro pianeta.
Chiunque altro contro me sollevi il brando
lo spedirò attraverso quella gola
nelle cupe prigioni della scuola!»

Si levò dalla gola il grido atroce
dell'allieva caduta nelle tenebre.
Rimase il Colonnello senza voce,
come impietrito, e ribatté le palpebre,
mentre nel buio il Professor feroce
intonava da solo un canto funebre.
Quello che accadde agli altri miserandi
convien che a un altro canto lo rimandi.




1 La prima ottava, in ottemperanza ai canoni del genere epico, contiene l'invocazione (vv. 1-3) e la protasi (vv. 4-8). Il poeta si rivolge eccezionalmente alle Furie, le divinità romane della vendetta, corrispondenti alle greche Erinni. Il rimando non è tanto a Eschilo e alla letteratura latina, quanto a Dante, che raffigura le tre creature mostruose nel canto IX dell'Inferno (vv. 34-54). Il «cantor parnasio» (v. 2) è Apollo, dio della poesia, al quale il monte Parnaso è consacrato: anche in questo caso, il precedente è Dante (Paradiso, I, 13-21).
Il poeta chiede alle Furie di accordare la propria «voce orrenda» a quella di Apollo: è un coro stridente e soave insieme, che definisce la duplicità di toni (tragici e comici) su cui il poemetto è costruito.
2 Ὁράω, φέρω, λύω, βλώσκω, τίθημι, ἥκω: sei verbi tra i più ricorrenti nei manuali di grammatica greca.
3 quello: Gelasio.
4 Fortuna duce, comite virtute!: «La Fortuna ci guidi, la virtù ci sia compagna!» È il rovesciamento della locuzione ciceroniana: «Virtute duce, comite fortuna!» (Cic, Epist. fam., X, 3)
5 È l'«apostrofe alle declinazioni», con cui il poeta interpreta il malessere della Donzella interrogata e palesa la sua personale avversione per la grammatica.
6 τιτρώσκω e θάλλω: due verbi greci.

7 e fatto è già sagace: ed è già reso scaltro.

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