Come
furfanti intrepidi e captivi1
che
imprecando tra sé trovano sfogo,
dicean
gli allievi: «Che val esser vivi
se
ci tocca patire un tale giogo?
Ahi,
quando dell'onor si è fatti privi
è
meglio di gran lunga arder sul rogo!»
Portavan
tristi l'onta e il malcontento
Bagnando
il volto sì di pianto caldo
e
temprando il dolor con l'abbandono,
fûr
scortati a una porta di smeraldo
che
dava nella sala ampia del trono.
Aprì
la porta allor quel maramaldo
di
Buonaguida, che fu sempre prono
al
voler di Gelasio, come il serpe
s'ergeva
il trono, su cui era seduta
la
Savia Imperatrice del reame:
quieta
d'aspetto, altera e contenuta,
celava
il viso suo sotto un velame
e
parea in preda a una tristezza muta.
Disse
ai ribelli allora il Professore
d'inginocchiarsi
a terra e farle onore.
L'Imperatrice
poi, con gesti lenti,
sollevò
il velo che teneva in fronte.
Ah,
qual stupore invase gli studenti
nel
veder quelle trecce ornate e conte
e
le labbra rosate e i bianchi denti
e
gli occhi
azzurri
e vivi come un fonte!
Ché
in quella giovinetta così bella
riconobber
l'impavida Donzella.
Pensò
ciascun: Non
credo agli occhi miei:
la
Donzella è coi vivi ancor congiunta!
Il
buon lettor ricorda che costei
da
tutti era creduta ormai defunta;
non
sa però che, ardendo già di lei,
il
Professore a corte l'avea assunta,
liberandola
apposta di galera
per
farla Imperatrice e sua mogliera.
Ora
sul trono ella sedeva immota
guardando
i prigionieri esterrefatti
e
solo al Professor parea devota.
Ai
suoi vecchi compagni parlò, infatti,
con
voce stanca, indifferente e vuota:
«Vedo
che mio marito vi ha disfatti
anche
stavolta. Non avete inteso
ch'egli
è forte e potente e non va offeso?
Peggio
per voi! Con l'ultima condanna
porremo
fine a queste vostre prove.»
E
qui rise furiosa la tiranna.
Il
Colonnel le disse: «Non ti muove
pietà
della tua classe che s'affanna?
Tanto
son fatte differenti e nuove
le
intenzioni d'un tempo, che tu uccidi
i
tuoi vecchi compagni e te ne ridi?»
«E
perché dovrei piangere? – rispose
la
Donzella. – Pietà no, ma fastidio
mi
danno, anzi, le tue parole odiose.
La
vostra sorte certo non la invidio;
ma
castigar persone bellicose
è
un atto di bontà, non è omicidio:
e
voi, studenti indomiti e selvaggi,
valete
men che topi e scarafaggi.»
Soggiunse:
«Tutte le persone stolte
che
hanno commesso qualche atto nefasto
(e
ci è già capitato molte volte)
le
abbiamo date ai coccodrilli in pasto:
così
pure sediamo le rivolte.»
Ciò
detto, la Donzella schiacciò un tasto
sul
bracciolo del trono e con quel gesto
azionò
un marchingegno assai funesto:
ché
le pareti, in meno d'un secondo,
aprendosi
mostrarono da un lato
una
teca di vetro, sul cui fondo
con
gran cura Gelasio avea stipato
tutti
i serpenti e i rettili del mondo;
e
poi dell'acqua ancor v'avea versato,
perché
lì dentro ogni animal malvagio
camminasse
o nuotasse a suo bell'agio.
La
Donzella con modi assai cortesi
si
rivolse ai gendarmi disumani:
«Per
favore, i ribelli siano presi
con
la forza e legati per le mani!
Voglio
vederli nella teca appesi
per
la gioia di vipere e caimani.»
Così
ordinò; e non trascorse guari
che
fûr legati il gatto e gli scolari.
E
mentre gli studenti sventurati
agitavano
i piedi a poche spanne
dai
rettili smaniosi ed affamati
temendo
di finir tra le lor zanne,
disse
Gelasio: «Allievi malcreati,
questa
è la più crudel delle condanne!
Quando
dei cobra assaggerete i morsi
più
del dolor potranno in voi i rimorsi.
L'acqua
è ancor bassa, sì che la potreste
attraversare
facilmente al guado,
se
non vi fosser quelle serpi infeste.
Ma
essa tra breve crescerà di grado
fino
all'altezza delle vostre teste.
Io
resto qui a guardar; non me ne vado
finché
non vedo tutti voi sommersi
e
uccisi da quei rettili perversi.»
Sedendo,
poi, dinnanzi a quella teca,
come
chi al circo o ad una gara assiste,
il
Professor contro i ribelli impreca.
Sua
moglie parlò allor con aria triste:
«Mio
caro, il tempo tuo così si spreca!
Esecuzioni
e morti ne hai già viste
e
questa sarà una come tante;
anzi,
di molte meno emozionante.
Del
resto è quasi l'alba, e tu di norma
scendi
a quest'ora nella tua Cappella.
Or
va'; baderò io a questa torma
di
allievi. Sono o no tua fida ancella?
Se
qualcosa va storto, te ne informa
Buonaguida.»
concluse la Donzella.
In
lui poi gli occhi
seducenti affisse,
sicché,
persuaso, il Professore disse:
«I'
vedo ben che non a torto parli.
La
teca è chiusa da una forte spranga
e
i vetri non v'è modo di sfondarli:
è
inutile, pertanto, ch'io rimanga
qui
con i condannati, a sorvegliarli.
Ciascun
da solo si sconforti e pianga!
Io
scendo giù a concludere i miei affari,
e
tu col nano bada agli scolari!»
Avendo
tai ragionamenti addotti,
il
Professor sorrise alla consorte
e
se ne andò, affidando i galeotti
a
lei, perché attendesse la lor morte.
Poveri
allievi, com'eran ridotti!
E
il loro cuor, come batteva forte!
La
forza che fin lì serbâro
invitta
finiva
in un'ignobile sconfitta!
Voi
riuscireste a starvene tranquilli,
lettori
miei, legati ad una corda
su
una vasca di serpi e coccodrilli,
che
ghignano con aria astuta e ingorda
mostrando
denti aguzzi come spilli?
Seguire
il gatto qui: che idea balorda!
pensavan
tutti. A
questo, dunque, è valsa
la
voglia di giustizia e di rivalsa?
Ma
è noto che Fortuna si diverte
giocando
a dadi con le nostre vite
e
che per sfizio l'ordine sovverte
quando
le sorti paion stabilite.
Or
la Donzella non rimase inerte
udendo
le urla meste ed avvilite
dei
condannati; ma senza timore
ruppe
la fé che diede al Professore:
«Compagni,
non credete mai ch'io v'abbia
traditi!
Iddio ne chiamo a testimonio:
pel
desiderio vindice e la rabbia
ho
finto e acconsentito al matrimonio.
Vi
libererò adesso dalla gabbia
ne
la qual v'ha cacciati quel demonio.
Da
tempo ho atteso questo lieto giorno
sol
per salvarvi e toglier lui di torno.»
È
fatta: la Donzella apre la porta
de
la prigion che i malviventi insacca;
ma
Buonaguida, intanto, che l'ha scorta
le
salta addosso, urlando: «No, vigliacca!»
Con
foga, allora, la Donzella accorta
dalla
stretta del nano si distacca
e
lo sospinge in acqua con due mani
dicendo:
«Via costà con i caimani!»
Cadendo,
il nano grida tali ingiurie
che
tralascio di dirle in mio romanzo;
e
i coccodrilli, ratti come furie,
s'avventano
sull'inatteso pranzo;
né
il duro cranio, né le coste spurie4,
né
una falange lasciano d'avanzo,
ma
tutta intera ingoiano la preda
tingendo
in rosso la fanghiglia feda.
Oh,
benedetta Provvidenza ed alma
che
alfin del bene ti compiaci e godi!
Mentre
i rettili squartano la salma,
la
sdegnosa Donzella disfa i nodi
che
avvincono i compagni, i quai con calma
escono
dalla teca e levan lodi
alla
liberatrice e levan canti
alla
Fortuna, a Dio, ai numi, ai santi.
Il
Colonnello la Donzella prende
per
mano e dice in chiare e dolci note:
«Donna,
la tua virtù sì alta splende
che
degnamente niun lodar la pote:
il
Cielo stesso grazia te ne rende,
il
Cielo che t'infuse tanta dote.»
Parlò
così; poi gli occhi
assorti mise
negli
occhi
della
donna e le sorrise.
E
il dio Amore una sua acuta freccia
verso
i lor cuori soavemente scocca.
Ed
in entrambi fa quel dardo breccia
ché
sempre Amor ferisce quei che tocca.
Il
Colonnel scostò l'aurata treccia
dal
di lei viso, e le baciò la bocca.
Ma
in quel punto in sala entrò un gendarme
che
scoperse i ribelli e diè l'allarme.
Diè
l'allarme col corno suo sonoro
e
il bacio dei due giovani interruppe,
sicché
dentro la sala, innanzi a loro,
un
esercito intero a un tratto irruppe:
gli
allievi riconobbero coloro
ch'ivano
in testa alle furiose truppe,
perché
li avevan visti giù nel parco
pria
d'imboccare il sotterraneo varco5.
Eran
gli ometti insidïosi e immondi
che
evocò nel giardin la fattucchiera:
e
quali erano oblunghi e quai rotondi,
tutti
del par foggiati in molle cera;
gli
studenti atterriti e tremebondi
vider
marciare in una sola schiera
lettere,
accenti, spirti e gli altri segni
che
dei fanciulli sciupano gli ingegni.
Al
comando di quella vecchia maga
ogni
creatura incollerita impugna
il
suo scudo robusto e la sua daga
e
assale gli studenti. Ed è aspra pugna.
Ché
quella schiera, sol di sangue vaga,
non
a ferir, ma a trucidare agugna;
e
prendendo a colpir gli allievi inermi
vuole
schiacciarli come mosche e vermi.
Efialte,
al veder quella milizia
che
con furia bestiale fiere6
e prostra
la
classe, e inorridendo a tal nequizia,
grida:
«Soldati, ov'è la virtù vostra?
Non
nella sorte affabile e propizia,
ma
in guerra un uomo il suo valor dimostra!
E
se anche siete privi d'arma alcuna
ricorrerete
ad armi di fortuna!»
Gli
allievi, allora, allo scoperto uscîro
dagli
angoli ove ognun cercò rifugio;
poi
degli oggetti ch'avevano a tiro
si
armaron tutti e ruppero ogni indugio:
e
giacché non potean trovare in giro
la
sciabola, la lancia e l'arcobugio,
reagirono
all'esercito crudele
scagliando
anfore, vasi, statue e tele.
A
quei colpi, con urla sovrumane,
le
creature inveiscono compunte
e
addentano i ribelli con le scane
e
affondano le spade dalle punte.
Ma
la più parte in sul campo rimane:
accenti
esangui, lettere defunte,
spirti
aspri e dolci d'atro sangue tinti,
in
molti già per terra sono estinti;
gli
altri, attaccando ad uno ad un gli insorti
in
un duello impetüoso e crudo,
sono
venuti presto ai ferri corti;
il
Bullo si fa onor con daga e scudo
ché
ad uno di quegli esseri li ha estorti;
il
Grassottello, invece, d'armi ignudo,
salta
con tutta la sua obesa mole
sopra
gli ometti, e spegne loro il sole;
né
il Colonnello ancora si dà tregua
ché
massacra quei mostri a centinaia,
benché
ad un mostro un altro mostro segua
e
ad ogni morto un'orda intera appaia.
Ma
al fin convien che vittoria consegua
l'eroica
classe, e sua virtù traspaia:
ed
è ben: ché in eterno la Natura
vince
la guerra contro la Cultura.
La
battaglia è finita in un baleno:
intorno
agli studenti tutto tace.
Or
di gendarmi e mostri uccisi è pieno
l'ampio
salone, e ognun su l'altro giace.
La
classe è tutta viva e, nondimeno,
della
vittoria sua non si compiace,
ché
se si guarda intorno vede solo
sangue,
e violenza grande, e morte e duolo.
Ma
di questo son fatte le vittorie,
anche
quelle più celebri e sublimi
che
cantan nei lor versi i cantastorie;
ed
i guerrieri e i condottieri primi
debbono
all'odio e al sangue le lor glorie;
perciò
non v'è gran pensator che stimi
la
guerra un'opra veneranda e degna:
ché
l'Historia ben altro dice e insegna.
Come
Efialte riguardò quei visi
prima
innocenti ed ora disillusi,
disse:
«Soldati, siete ancor decisi
a
far vendetta dei vostri soprusi?
Non
uomini, ma servi abbiamo uccisi
e
i nostri sforzi son quasi conclusi:
giustizia
vuol che andiamo ora a cercare
il
Gelasio, per fargliela pagare.»
E
il Colonnello: «Quel che dici è giusto:
fino
alla fine il vero eroe combatte!»
Indi
alza il braccio, ancor de l'armi onusto,
ed
a quel gesto ognun le mani batte
e
acclama il Capo e approva e fa trambusto.
Così,
formate due schiere compatte,
si
mosse quel drappello valoroso
per
snidare il Gelasio ov'era ascoso.
Qual
è il silenzio che regna sovrano
poi
ch'è rientrato un forte terremoto
e
che trascorre lungo tutto il piano
e
posa, profondissimo e remoto,
tale
era quel che nel castello strano
era
disceso, poi che restò vuoto
de'
suoi guardiani e che fu invaso tutto
da
una quïete gravida di lutto.
Al
pian di sotto il gruppo si diresse
lungo
gli androni de la reggia spoglia,
nonostante
ogni cuore ancor tenesse
cordoglio
grave e disperata doglia.
Così
andando per camere inaccesse
giunsero
infine in su l'orribil soglia
della
Cappella, ove dicean che occulto
celebrasse
Gelasio il proprio culto.
Lasciava
aperto un piccolo spiraglio
la
porta di quel misterioso tempio.
Dentro
di certo, a un fievole barbaglio,
il
Gelasio era intento a un suo rito empio.
Disse
il Secchione: «Ancor farem lo sbaglio
di
rischiar che Gelasio faccia scempio
di
noi? E profaneremo i penetrali
della
reggia, attirandoci altri mali?»
E
gli studenti, allora, imaginarno
il
Professor dinnanzi a un simulacro
di
qualche arcano dio e si dimandarno
se
fosse ben violar quel loco sacro;
ché
già due volte avean tentato indarno,
rischiando
la prigione od il massacro,
di
catturarlo; ed or dubbiosi stanno
temendo
non agir per loro danno.
Infine
la Donzella gli occhi
estolle:
«Basta!
Non v'è altra strada se non questa!
La
luce è accesa: quell'anima folle
è
ancora all'opra, vigilante e desta;
e
forse prega i numi o forse bolle
in
un paiuolo qualche mozza testa.
Ma
chi ha coraggio mi segua lì dentro,
ché
senza alcuna esitazione io v'entro!»
A
quell'incitamento dileguossi
ogni
incertezza, ed il timor s'estinse;
tutti
furono a un tratto sì commossi
che
un ardor di giustizïa li vinse.
La
Donzella per prima avvicinossi
alla
porta del tempio e la sospinse;
tutti
gli altri, venendo a lei da presso,
di
soppiatto varcâr l'oscuro ingresso.
Qual
maraviglia! Innanzi ai loro occhi
gli
studenti non videro un santuario
ma
un immenso paese dei balocchi:
era
quel loco, d'ogne color vario,
simile
a un laberinto sanza sbocchi;
ma
dentro il lor terribile avversario
tenea
nascosti cibi d'ogne sorte
e
dolci ghiotti e pasticcini e torte:
entrarono
i soldati tutti in fila
andando,
per guardar, con passi radi;
videro
panettoni in lunga pila
disposti
insieme e in ben capaci armadi;
vider
timballi, più di diecimila
stipati
a vista, fino ai sommi gradi;
e
ancor paste di mandorla e di zucchero,
che
tutti manderebbero in sollucchero.
Su
un banco era una torta assai fiabesca,
che
in sedici livelli era costrutta
con
un diadema d'albicocca e pesca
che
regalmente la cingeva tutta,
mentre
intorno, in un mar di panna fresca,
nuotavano
frammenti d'altra frutta.
Lì
seduto è Gelasio, il guardo fiso
sulla
torta, e si crede in paradiso.
Dinnanzi
al dolce pare che s'aderga
lo
spirto di Gelasio e al cielo assorga;
e
nella torta sembra che converga
la
sua attenzione, e il resto omai non scorga;
agli
studenti intrusi dà le terga,
sicché
è fatale ch'egli non s'accorga
del
loro arrivo silenzioso e che anzi
verso
di lui la truppa muta avanzi.
Nascosto dietro un'arca di delizie,
Nascosto dietro un'arca di delizie,
sussurrò
il Colonnel: «Se al viver nostro
le
Parche son quest'oggi sì propizie,
cattureremo
facilmente il mostro!
Vedete
tutte queste liquerizie?
Bene,
compagni, adesso vi dimostro
che
intrecciandole con un po' di lena
possiamo
farne presto una catena. –
Soggiunse
poi con voce bassa e spiccia: –
Agiamo
in fretta e lavoriamo in branco
e
avremo una catena ben massiccia!
Poi
chi di noi sarà più ardito e franco
legherà
il bruto come una salsiccia
saltando
addosso a lui dal destro fianco.»
Così
disse; e i soldati suoi si volsero
a
cercar liquerizie e le raccolsero.
Quindi
in silenzio ne intrecciâro
alcune
e
ciascun diede il proprio contributo
pensando
alla giustizia e al ben comune:
trascorse
perciò meno d'un minuto
e
avean tessuto già una dura fune.
Appena
in tempo! Ché frattanto il bruto
si
levò da sedere e con le dita
prese
a mangiar la torta sua candita.
Così
ogni esitazione fu rimossa:
il
Colonnel guardò i suoi paladini
e
mormorò: «Compagni, alla riscossa!»
Ecco:
con gridi acuti ed argentini
la
classe coraggiosa s'è già mossa
contro
il bruto, che tiene gli occhi chini
su
la torta e s'avvede troppo tardi
degli
studenti indomiti e gagliardi.
Cade
Gelasio a un colpo sulla nuca;
cade
il tiranno, urlando verbi osceni,
sopra
la torta che avido manduca.
Poi
avviene che la classe lo incateni
e
al centro della stanza lo conduca,
benché
egli ancor protesti e si dimeni;
così
legata l'anima malvagia
sul
pavimento, in lagrime, s'adagia.
Con
i capelli ancor di panna lordi
il
Gelasio gridava parolacce
agli
studenti, ch'erano ormai sordi
a
quelle tarde e inutili minacce.
Poi
che, scosso negli intimi precordi,
il
Professor guardò le loro facce,
da
le sue labbra un debil suono uscio:
«Persino
tu, Secchione, figlio mio?»
Ma
già la fronte madida corruga
e
parla lor con toni ancor più afflitti:
«Come
siete riusciti a trarvi in fuga
se
già i vostri destini erano scritti?»
E
mentre ei con la spalla il pianto asciuga,
risponde
il Colonnel: «Tutti i delitti
vendicò
la Donzella, nel momento
in
cui tramò l'audace tradimento.
Il
tuo castigo a dopo lo riserbo;
ma
prima dinne la ragion per cui
nella
tua vita fosti così acerbo
e
così crudo inver gli allievi tui.»
Qui
il Colonnel non profferì più verbo.
«Oh,
se in mia vita acerbo e crudo fui –
disse
Gelasio – come tu mi pingi,
ti
spiegherò il perché, se mi costringi.
Dal
primo dì che questa luce avversa
vidi
nascendo e le terrene forme,
intesi
ch'ero su una stella spersa
errante
in mezzo a un universo informe;
io
sentii tutto il caos che l'attraversa
e
non seppi trovar leggi né norme
per
dare ordine al mondo in cui vivevo:
sicché
confuso e incerto ne crescevo.
Adolescente
ancora, io discoprii
la
Grammatica ed il suo gran prodigio
e
a Lei soltanto allor mi convertii
ed
al suo culto fui devoto e ligio.
Queste
parole in cuore mi scolpii:
“Grammatica
alma Dea, sola Religio.”
E
fuor di Lei tuttora io non mi penso
di
trovar nel mio vivere altro senso.
Mi
allontanai dagli studî
blasfemi
e
presi a legger polverosi tomi
di
grammatica, e nei frangenti estremi
respiravo
i lor fogli
come aromi.
Calando
la realtà in tabelle e schemi
come
facevo con i verbi e i nomi,
m'avvidi
che Grammatica corregge
il
caos del mondo e regna con sua Legge.
Ben
potete capir perché in dispregio
ebbi
i somari e gli scansafatiche:
reputai
infatti un grave sacrilegio
il
misconoscer quelle lingue antiche.
Trasformando
la scuola in un collegio
insanguinato
e rigido, io sentii che
avevo
agito bene e che potea
solo
così onorare la mia Dea.
Ma
non sapete come il cuor mi stringa
il
fatto che, malgrado il Suo almo influsso,
io
viva in una reggia aspra e solinga
in
mezzo ai cortigiani iniqui e al lusso.
La
mia esistenza è priva di lusinga:
perciò
in questa Cappella tempro e smusso
l'acredine
del vivere; e se mangio
torte
e dessert, l'amaro in dolce cangio.»
Ed
in quel punto il Professore infranse
il
groppo che sentiva nella strozza;
emise
un grido e tanto forte pianse
che
il pianto fé la sua parola mozza.
Le
anime si fan pietose e manse
dinnanzi
a un uomo solo che singhiozza:
così
una grande compassione colse
gli
allievi, e il Colonnel parlar gli volse:
«Pietà
ispiri, e però non ci dismaghi7.
Il
tuo esercito ormai è perito tutto:
con
la prigione è ben che anche tu paghi
ogni
colpa, e del mal tuo colga il frutto.»
E
Gelasio: «Pietà! Siete ancor vaghi
di
infierir su uno spirito distrutto?
Carità,
non pietà io vi richeggio,
ché
ai miei fieri tormenti non v'è peggio.
Studenti
miei, sulla mia Dea vi giuro
che
sono già pentito e che non fingo.
Lasciatemi
andar via, ve ne scongiuro:
io
per il mondo vagherò ramingo
e
non mi rivedrete più in futuro.
La
corona, che ingiustamente cingo
in
questa reggia, lascio al Colonnello
e
dono a voi i miei averi e il mio castello.»
Poscia
che tacque quella voce inquieta,
gli
allievi si raccolsero in consulta:
forse
fu la bontà, forse la pieta,
che
ognuno nel suo cuor teneva occulta,
ecco:
l'eroica classe omai decreta
che
il Professor non paghi alcuna multa
sempre
che doni lor, come ha promesso,
il
castello, e sen parta il giorno stesso.
«Con
il tuo giuramento ci hai convinto. –
fé
il Colonnello, e sciolse poi i legacci
che
tenevano il Professore avvinto. –
Vanne
con Dio e fa' che non procacci
più
danni altrui col tuo feroce istinto!
Ma
prima di sparir per sempre, dacci
il
tuo castello, sì che in parte emendi
le
colpe ed i misfatti tuoi tremendi.»
«O
allievi pii, o giovinetti savî,
che
perdonate a questo spirto lasso
perché
dai suoi peccati si disgravi! –
così
dicendo loro, il satanasso
trasse
fuor dalla tasca delle chiavi: –
Queste
aprono il portone qui dabbasso.
Prendetele!
La reggia vi appartiene
e,
insieme ad essa, ogni mio altro bene.»
Parla
così: ed è l'ultima parola.
Qui
si alza il Gelasio e, chini i lumi,
lascia
la stanza e a tutti lor s'invola.
Nella
Cappella piena di dolciumi
la
classe resta vittoriosa e sola:
per
la gioia i ribelli versan fiumi
di
lagrime, e un sol grido insieme fanno:
«Addio,
duce crudele! Addio, tiranno!»
Ferma,
una voce sopra tutte spicca:
«Soltanto
la Pietà salva e redime,
là
ove Vendetta altra violenza appicca.
Nessun
rimorso mai tormenta e opprime
chi
perseguì giustizia e non ripicca.
Noi
costruiremo insieme un buon regime:
ed
il castel, di cui la classe è erede,
sia
d'ora in poi la nostra unica sede!»
Così,
nel volger di pochi secondi,
fu
un concerto di voci in ogni spazio:
e
chi intrecciava lunghi girotondi
sulle
scale, e chi si facea sazio
di
dolci, e chi con strepiti giocondi
correva
di tra i muri di topazio.
Era
rinata l'arida fortezza
a
un impeto di pace e d'allegrezza.
Come
accade dei prati aperti, allora
che
il verno li ha già resi morti e brulli
e
arriva Primavera, che li infiora
e
fa che il freddo tempo scacci e annulli,
che
il loro manto tutto si colora
di
linfe nuove, di boccioli e frulli,
sì
del maniero spaventoso avvenne
che
un chiaro paradiso ne divenne.
Mentre
la classe intera ancor gioiva,
il
Colonnel guardò dalla finestra
e
vide una figura fuggitiva
camminar
dritto sulla via maestra
ed
un gatto fedel che la seguiva
tra
le alte querce e i ciuffi di ginestra.
Era
l'aurora. In ciel, come facelle
rotte
dal vento, ne morian le stelle.
Fine
1
captivi:
prigionieri.
2
come i Romani presso a Benevento:<
si allude alla sconfitta dei Romani contro i Sanniti nel 321 a. C.,
che portò al celebre episodio delle Forche Caudine: i Romani
(compresi i consoli, che vennero spogliati del loro mantello)
dovettero sfilare sotto le lance dei nemici e sopportare le loro
ingiurie.
3
che fu sempre prono / al voler d'Gelasio, come il serpe / quand'ode
il flauto magico di Euterpe:
il servo Buonaguida obbedisce al padrone come il crotalo, o serpente
a sona-gli,
al flauto del sonatore (Euterpe è la Musa della musica).
4
coste spurie:
le ossa piatte del torace le cui cartilagini non si uniscono allo
sterno (a differenza delle «coste ve-re»).
5
il sotterraneo varco:
il condotto roccioso che portava all'Antro dei Ribaldi. L'esercito
che irrompe nella sala del trono è composto da omuncoli (guidati da
una strega) che hanno la forma di lettere greche, accenti, spiriti e
altri segni grafici: è evidente la valenza simbolica dello scontro
che ne seguirà.
6
fiere:
ferisce.
7
Pietà ispiri, e però non ci dismaghi:
«Ci ispiri pietà con
le
tue lacrime, ma non c'incanti.»

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