domenica 22 dicembre 2013

Canto quarto



Come furfanti intrepidi e captivi1
che imprecando tra sé trovano sfogo,
dicean gli allievi: «Che val esser vivi
se ci tocca patire un tale giogo?
Ahi, quando dell'onor si è fatti privi
è meglio di gran lunga arder sul rogo!»
Portavan tristi l'onta e il malcontento
come i Romani presso a Benevento2.

Bagnando il volto sì di pianto caldo
e temprando il dolor con l'abbandono,
fûr scortati a una porta di smeraldo
che dava nella sala ampia del trono.
Aprì la porta allor quel maramaldo
di Buonaguida, che fu sempre prono
al voler di Gelasio, come il serpe
quand’ode il flauto magico di Euterpe3.
 

Tra auree cornici e statue in bronzo e rame
s'ergeva il trono, su cui era seduta
la Savia Imperatrice del reame:
quieta d'aspetto, altera e contenuta,
celava il viso suo sotto un velame
e parea in preda a una tristezza muta.
Disse ai ribelli allora il Professore
d'inginocchiarsi a terra e farle onore.

L'Imperatrice poi, con gesti lenti,
sollevò il velo che teneva in fronte.
Ah, qual stupore invase gli studenti
nel veder quelle trecce ornate e conte
e le labbra rosate e i bianchi denti
e gli occhi azzurri e vivi come un fonte!
Ché in quella giovinetta così bella
riconobber l'impavida Donzella.

Pensò ciascun: Non credo agli occhi miei:
la Donzella è coi vivi ancor congiunta!
Il buon lettor ricorda che costei
da tutti era creduta ormai defunta;
non sa però che, ardendo già di lei,
il Professore a corte l'avea assunta,
liberandola apposta di galera
per farla Imperatrice e sua mogliera.

Ora sul trono ella sedeva immota
guardando i prigionieri esterrefatti
e solo al Professor parea devota.
Ai suoi vecchi compagni parlò, infatti,
con voce stanca, indifferente e vuota:
«Vedo che mio marito vi ha disfatti
anche stavolta. Non avete inteso
ch'egli è forte e potente e non va offeso?

Peggio per voi! Con l'ultima condanna
porremo fine a queste vostre prove.»
E qui rise furiosa la tiranna.
Il Colonnel le disse: «Non ti muove
pietà della tua classe che s'affanna?
Tanto son fatte differenti e nuove
le intenzioni d'un tempo, che tu uccidi
i tuoi vecchi compagni e te ne ridi?»

«E perché dovrei piangere? – rispose
la Donzella. – Pietà no, ma fastidio
mi danno, anzi, le tue parole odiose.
La vostra sorte certo non la invidio;
ma castigar persone bellicose
è un atto di bontà, non è omicidio:
e voi, studenti indomiti e selvaggi,
valete men che topi e scarafaggi.»

Soggiunse: «Tutte le persone stolte
che hanno commesso qualche atto nefasto
(e ci è già capitato molte volte)
le abbiamo date ai coccodrilli in pasto:
così pure sediamo le rivolte.»
Ciò detto, la Donzella schiacciò un tasto
sul bracciolo del trono e con quel gesto
azionò un marchingegno assai funesto:

ché le pareti, in meno d'un secondo,
aprendosi mostrarono da un lato
una teca di vetro, sul cui fondo
con gran cura Gelasio avea stipato
tutti i serpenti e i rettili del mondo;
e poi dell'acqua ancor v'avea versato,
perché lì dentro ogni animal malvagio
camminasse o nuotasse a suo bell'agio.

La Donzella con modi assai cortesi
si rivolse ai gendarmi disumani:
«Per favore, i ribelli siano presi
con la forza e legati per le mani!
Voglio vederli nella teca appesi
per la gioia di vipere e caimani.»
Così ordinò; e non trascorse guari
che fûr legati il gatto e gli scolari.

E mentre gli studenti sventurati
agitavano i piedi a poche spanne
dai rettili smaniosi ed affamati
temendo di finir tra le lor zanne,
disse Gelasio: «Allievi malcreati,
questa è la più crudel delle condanne!
Quando dei cobra assaggerete i morsi
più del dolor potranno in voi i rimorsi.

L'acqua è ancor bassa, sì che la potreste
attraversare facilmente al guado,
se non vi fosser quelle serpi infeste.
Ma essa tra breve crescerà di grado
fino all'altezza delle vostre teste.
Io resto qui a guardar; non me ne vado
finché non vedo tutti voi sommersi
e uccisi da quei rettili perversi.»

Sedendo, poi, dinnanzi a quella teca,
come chi al circo o ad una gara assiste,
il Professor contro i ribelli impreca.
Sua moglie parlò allor con aria triste:
«Mio caro, il tempo tuo così si spreca!
Esecuzioni e morti ne hai già viste
e questa sarà una come tante;
anzi, di molte meno emozionante.

Del resto è quasi l'alba, e tu di norma
scendi a quest'ora nella tua Cappella.
Or va'; baderò io a questa torma
di allievi. Sono o no tua fida ancella?
Se qualcosa va storto, te ne informa
Buonaguida.» concluse la Donzella.
In lui poi gli occhi seducenti affisse,
sicché, persuaso, il Professore disse:

«I' vedo ben che non a torto parli.
La teca è chiusa da una forte spranga
e i vetri non v'è modo di sfondarli:
è inutile, pertanto, ch'io rimanga
qui con i condannati, a sorvegliarli.
Ciascun da solo si sconforti e pianga!
Io scendo giù a concludere i miei affari,
e tu col nano bada agli scolari!»

Avendo tai ragionamenti addotti,
il Professor sorrise alla consorte
e se ne andò, affidando i galeotti
a lei, perché attendesse la lor morte.
Poveri allievi, com'eran ridotti!
E il loro cuor, come batteva forte!
La forza che fin lì serbâro invitta
finiva in un'ignobile sconfitta!

Voi riuscireste a starvene tranquilli,
lettori miei, legati ad una corda
su una vasca di serpi e coccodrilli,
che ghignano con aria astuta e ingorda
mostrando denti aguzzi come spilli?
Seguire il gatto qui: che idea balorda!
pensavan tutti. A questo, dunque, è valsa
la voglia di giustizia e di rivalsa?

Ma è noto che Fortuna si diverte
giocando a dadi con le nostre vite
e che per sfizio l'ordine sovverte
quando le sorti paion stabilite.
Or la Donzella non rimase inerte
udendo le urla meste ed avvilite
dei condannati; ma senza timore
ruppe la fé che diede al Professore:

«Compagni, non credete mai ch'io v'abbia
traditi! Iddio ne chiamo a testimonio:
pel desiderio vindice e la rabbia
ho finto e acconsentito al matrimonio.
Vi libererò adesso dalla gabbia
ne la qual v'ha cacciati quel demonio.
Da tempo ho atteso questo lieto giorno
sol per salvarvi e toglier lui di torno.»

È fatta: la Donzella apre la porta
de la prigion che i malviventi insacca;
ma Buonaguida, intanto, che l'ha scorta
le salta addosso, urlando: «No, vigliacca!»
Con foga, allora, la Donzella accorta
dalla stretta del nano si distacca
e lo sospinge in acqua con due mani
dicendo: «Via costà con i caimani!»

Cadendo, il nano grida tali ingiurie
che tralascio di dirle in mio romanzo;
e i coccodrilli, ratti come furie,
s'avventano sull'inatteso pranzo;
né il duro cranio, né le coste spurie4,
né una falange lasciano d'avanzo,
ma tutta intera ingoiano la preda
tingendo in rosso la fanghiglia feda.

Oh, benedetta Provvidenza ed alma
che alfin del bene ti compiaci e godi!
Mentre i rettili squartano la salma,
la sdegnosa Donzella disfa i nodi
che avvincono i compagni, i quai con calma
escono dalla teca e levan lodi
alla liberatrice e levan canti
alla Fortuna, a Dio, ai numi, ai santi.

Il Colonnello la Donzella prende
per mano e dice in chiare e dolci note:
«Donna, la tua virtù sì alta splende
che degnamente niun lodar la pote:
il Cielo stesso grazia te ne rende,
il Cielo che t'infuse tanta dote.»
Parlò così; poi gli occhi assorti mise
negli occhi della donna e le sorrise.

E il dio Amore una sua acuta freccia
verso i lor cuori soavemente scocca.
Ed in entrambi fa quel dardo breccia
ché sempre Amor ferisce quei che tocca.
Il Colonnel scostò l'aurata treccia
dal di lei viso, e le baciò la bocca.
Ma in quel punto in sala entrò un gendarme
che scoperse i ribelli e diè l'allarme.

Diè l'allarme col corno suo sonoro
e il bacio dei due giovani interruppe,
sicché dentro la sala, innanzi a loro,
un esercito intero a un tratto irruppe:
gli allievi riconobbero coloro
ch'ivano in testa alle furiose truppe,
perché li avevan visti giù nel parco
pria d'imboccare il sotterraneo varco5.

Eran gli ometti insidïosi e immondi
che evocò nel giardin la fattucchiera:
e quali erano oblunghi e quai rotondi,
tutti del par foggiati in molle cera;
gli studenti atterriti e tremebondi
vider marciare in una sola schiera
lettere, accenti, spirti e gli altri segni
che dei fanciulli sciupano gli ingegni.

Al comando di quella vecchia maga
ogni creatura incollerita impugna
il suo scudo robusto e la sua daga
e assale gli studenti. Ed è aspra pugna.
Ché quella schiera, sol di sangue vaga,
non a ferir, ma a trucidare agugna;
e prendendo a colpir gli allievi inermi
vuole schiacciarli come mosche e vermi.

Efialte, al veder quella milizia
che con furia bestiale fiere6 e prostra
la classe, e inorridendo a tal nequizia,
grida: «Soldati, ov'è la virtù vostra?
Non nella sorte affabile e propizia,
ma in guerra un uomo il suo valor dimostra!
E se anche siete privi d'arma alcuna
ricorrerete ad armi di fortuna!»

Gli allievi, allora, allo scoperto uscîro
dagli angoli ove ognun cercò rifugio;
poi degli oggetti ch'avevano a tiro
si armaron tutti e ruppero ogni indugio:
e giacché non potean trovare in giro
la sciabola, la lancia e l'arcobugio,
reagirono all'esercito crudele
scagliando anfore, vasi, statue e tele.

A quei colpi, con urla sovrumane,
le creature inveiscono compunte
e addentano i ribelli con le scane
e affondano le spade dalle punte.
Ma la più parte in sul campo rimane:
accenti esangui, lettere defunte,
spirti aspri e dolci d'atro sangue tinti,
in molti già per terra sono estinti;

gli altri, attaccando ad uno ad un gli insorti
in un duello impetüoso e crudo,
sono venuti presto ai ferri corti;
il Bullo si fa onor con daga e scudo
ché ad uno di quegli esseri li ha estorti;
il Grassottello, invece, d'armi ignudo,
salta con tutta la sua obesa mole
sopra gli ometti, e spegne loro il sole;

né il Colonnello ancora si dà tregua
ché massacra quei mostri a centinaia,
benché ad un mostro un altro mostro segua
e ad ogni morto un'orda intera appaia.
Ma al fin convien che vittoria consegua
l'eroica classe, e sua virtù traspaia:
ed è ben: ché in eterno la Natura
vince la guerra contro la Cultura.

La battaglia è finita in un baleno:
intorno agli studenti tutto tace.
Or di gendarmi e mostri uccisi è pieno
l'ampio salone, e ognun su l'altro giace.
La classe è tutta viva e, nondimeno,
della vittoria sua non si compiace,
ché se si guarda intorno vede solo
sangue, e violenza grande, e morte e duolo.

Ma di questo son fatte le vittorie,
anche quelle più celebri e sublimi
che cantan nei lor versi i cantastorie;
ed i guerrieri e i condottieri primi
debbono all'odio e al sangue le lor glorie;
perciò non v'è gran pensator che stimi
la guerra un'opra veneranda e degna:
ché l'Historia ben altro dice e insegna.

Come Efialte riguardò quei visi
prima innocenti ed ora disillusi,
disse: «Soldati, siete ancor decisi
a far vendetta dei vostri soprusi?
Non uomini, ma servi abbiamo uccisi
e i nostri sforzi son quasi conclusi:
giustizia vuol che andiamo ora a cercare
il Gelasio, per fargliela pagare.»

E il Colonnello: «Quel che dici è giusto:
fino alla fine il vero eroe combatte!»
Indi alza il braccio, ancor de l'armi onusto,
ed a quel gesto ognun le mani batte
e acclama il Capo e approva e fa trambusto.
Così, formate due schiere compatte,
si mosse quel drappello valoroso
per snidare il Gelasio ov'era ascoso.

Qual è il silenzio che regna sovrano
poi ch'è rientrato un forte terremoto
e che trascorre lungo tutto il piano
e posa, profondissimo e remoto,
tale era quel che nel castello strano
era disceso, poi che restò vuoto
de' suoi guardiani e che fu invaso tutto
da una quïete gravida di lutto.

Al pian di sotto il gruppo si diresse
lungo gli androni de la reggia spoglia,
nonostante ogni cuore ancor tenesse
cordoglio grave e disperata doglia.
Così andando per camere inaccesse
giunsero infine in su l'orribil soglia
della Cappella, ove dicean che occulto
celebrasse Gelasio il proprio culto.

Lasciava aperto un piccolo spiraglio
la porta di quel misterioso tempio.
Dentro di certo, a un fievole barbaglio,
il Gelasio era intento a un suo rito empio.
Disse il Secchione: «Ancor farem lo sbaglio
di rischiar che Gelasio faccia scempio
di noi? E profaneremo i penetrali
della reggia, attirandoci altri mali?»
E gli studenti, allora, imaginarno
il Professor dinnanzi a un simulacro
di qualche arcano dio e si dimandarno
se fosse ben violar quel loco sacro;
ché già due volte avean tentato indarno,
rischiando la prigione od il massacro,
di catturarlo; ed or dubbiosi stanno
temendo non agir per loro danno.

Infine la Donzella gli occhi estolle:
«Basta! Non v'è altra strada se non questa!
La luce è accesa: quell'anima folle
è ancora all'opra, vigilante e desta;
e forse prega i numi o forse bolle
in un paiuolo qualche mozza testa.
Ma chi ha coraggio mi segua lì dentro,
ché senza alcuna esitazione io v'entro!»

A quell'incitamento dileguossi
ogni incertezza, ed il timor s'estinse;
tutti furono a un tratto sì commossi
che un ardor di giustizïa li vinse.
La Donzella per prima avvicinossi
alla porta del tempio e la sospinse;
tutti gli altri, venendo a lei da presso,
di soppiatto varcâr l'oscuro ingresso.

Qual maraviglia! Innanzi ai loro occhi
gli studenti non videro un santuario
ma un immenso paese dei balocchi:
era quel loco, d'ogne color vario,
simile a un laberinto sanza sbocchi;
ma dentro il lor terribile avversario
tenea nascosti cibi d'ogne sorte
e dolci ghiotti e pasticcini e torte:

entrarono i soldati tutti in fila
andando, per guardar, con passi radi;
videro panettoni in lunga pila
disposti insieme e in ben capaci armadi;
vider timballi, più di diecimila
stipati a vista, fino ai sommi gradi;
e ancor paste di mandorla e di zucchero,
che tutti manderebbero in sollucchero.

Su un banco era una torta assai fiabesca,
che in sedici livelli era costrutta
con un diadema d'albicocca e pesca
che regalmente la cingeva tutta,
mentre intorno, in un mar di panna fresca,
nuotavano frammenti d'altra frutta.
Lì seduto è Gelasio, il guardo fiso
sulla torta, e si crede in paradiso.

Dinnanzi al dolce pare che s'aderga
lo spirto di Gelasio e al cielo assorga;
e nella torta sembra che converga
la sua attenzione, e il resto omai non scorga;
agli studenti intrusi dà le terga,
sicché è fatale ch'egli non s'accorga
del loro arrivo silenzioso e che anzi
verso di lui la truppa muta avanzi.

Nascosto dietro un'arca di delizie,
sussurrò il Colonnel: «Se al viver nostro
le Parche son quest'oggi sì propizie,
cattureremo facilmente il mostro!
Vedete tutte queste liquerizie?
Bene, compagni, adesso vi dimostro
che intrecciandole con un po' di lena
possiamo farne presto una catena. –

Soggiunse poi con voce bassa e spiccia: –
Agiamo in fretta e lavoriamo in branco
e avremo una catena ben massiccia!
Poi chi di noi sarà più ardito e franco
legherà il bruto come una salsiccia
saltando addosso a lui dal destro fianco.»
Così disse; e i soldati suoi si volsero
a cercar liquerizie e le raccolsero.

Quindi in silenzio ne intrecciâro alcune
e ciascun diede il proprio contributo
pensando alla giustizia e al ben comune:
trascorse perciò meno d'un minuto
e avean tessuto già una dura fune.
Appena in tempo! Ché frattanto il bruto
si levò da sedere e con le dita
prese a mangiar la torta sua candita.

Così ogni esitazione fu rimossa:
il Colonnel guardò i suoi paladini
e mormorò: «Compagni, alla riscossa!»
Ecco: con gridi acuti ed argentini
la classe coraggiosa s'è già mossa
contro il bruto, che tiene gli occhi chini
su la torta e s'avvede troppo tardi
degli studenti indomiti e gagliardi.

Cade Gelasio a un colpo sulla nuca;
cade il tiranno, urlando verbi osceni,
sopra la torta che avido manduca.
Poi avviene che la classe lo incateni
e al centro della stanza lo conduca,
benché egli ancor protesti e si dimeni;
così legata l'anima malvagia
sul pavimento, in lagrime, s'adagia.

Con i capelli ancor di panna lordi
il Gelasio gridava parolacce
agli studenti, ch'erano ormai sordi
a quelle tarde e inutili minacce.
Poi che, scosso negli intimi precordi,
il Professor guardò le loro facce,
da le sue labbra un debil suono uscio:
«Persino tu, Secchione, figlio mio?»

Ma già la fronte madida corruga
e parla lor con toni ancor più afflitti:
«Come siete riusciti a trarvi in fuga
se già i vostri destini erano scritti?»
E mentre ei con la spalla il pianto asciuga,
risponde il Colonnel: «Tutti i delitti
vendicò la Donzella, nel momento
in cui tramò l'audace tradimento.

Il tuo castigo a dopo lo riserbo;
ma prima dinne la ragion per cui
nella tua vita fosti così acerbo
e così crudo inver gli allievi tui.»
Qui il Colonnel non profferì più verbo.
«Oh, se in mia vita acerbo e crudo fui –
disse Gelasio – come tu mi pingi,
ti spiegherò il perché, se mi costringi.

Dal primo dì che questa luce avversa
vidi nascendo e le terrene forme,
intesi ch'ero su una stella spersa
errante in mezzo a un universo informe;
io sentii tutto il caos che l'attraversa
e non seppi trovar leggi né norme
per dare ordine al mondo in cui vivevo:
sicché confuso e incerto ne crescevo.

Adolescente ancora, io discoprii
la Grammatica ed il suo gran prodigio
e a Lei soltanto allor mi convertii
ed al suo culto fui devoto e ligio.
Queste parole in cuore mi scolpii:
Grammatica alma Dea, sola Religio.
E fuor di Lei tuttora io non mi penso
di trovar nel mio vivere altro senso.

Mi allontanai dagli studî blasfemi
e presi a legger polverosi tomi
di grammatica, e nei frangenti estremi
respiravo i lor fogli come aromi.
Calando la realtà in tabelle e schemi
come facevo con i verbi e i nomi,
m'avvidi che Grammatica corregge
il caos del mondo e regna con sua Legge.

Ben potete capir perché in dispregio
ebbi i somari e gli scansafatiche:
reputai infatti un grave sacrilegio
il misconoscer quelle lingue antiche.
Trasformando la scuola in un collegio
insanguinato e rigido, io sentii che
avevo agito bene e che potea
solo così onorare la mia Dea.

Ma non sapete come il cuor mi stringa
il fatto che, malgrado il Suo almo influsso,
io viva in una reggia aspra e solinga
in mezzo ai cortigiani iniqui e al lusso.
La mia esistenza è priva di lusinga:
perciò in questa Cappella tempro e smusso
l'acredine del vivere; e se mangio
torte e dessert, l'amaro in dolce cangio.»

Ed in quel punto il Professore infranse
il groppo che sentiva nella strozza;
emise un grido e tanto forte pianse
che il pianto fé la sua parola mozza.
Le anime si fan pietose e manse
dinnanzi a un uomo solo che singhiozza:
così una grande compassione colse
gli allievi, e il Colonnel parlar gli volse:

«Pietà ispiri, e però non ci dismaghi7.
Il tuo esercito ormai è perito tutto:
con la prigione è ben che anche tu paghi
ogni colpa, e del mal tuo colga il frutto.»
E Gelasio: «Pietà! Siete ancor vaghi
di infierir su uno spirito distrutto?
Carità, non pietà io vi richeggio,
ché ai miei fieri tormenti non v'è peggio.

Studenti miei, sulla mia Dea vi giuro
che sono già pentito e che non fingo.
Lasciatemi andar via, ve ne scongiuro:
io per il mondo vagherò ramingo
e non mi rivedrete più in futuro.
La corona, che ingiustamente cingo
in questa reggia, lascio al Colonnello
e dono a voi i miei averi e il mio castello.»

Poscia che tacque quella voce inquieta,
gli allievi si raccolsero in consulta:
forse fu la bontà, forse la pieta,
che ognuno nel suo cuor teneva occulta,
ecco: l'eroica classe omai decreta
che il Professor non paghi alcuna multa
sempre che doni lor, come ha promesso,
il castello, e sen parta il giorno stesso.

«Con il tuo giuramento ci hai convinto. –
fé il Colonnello, e sciolse poi i legacci
che tenevano il Professore avvinto. –
Vanne con Dio e fa' che non procacci
più danni altrui col tuo feroce istinto!
Ma prima di sparir per sempre, dacci
il tuo castello, sì che in parte emendi
le colpe ed i misfatti tuoi tremendi.»

«O allievi pii, o giovinetti savî,
che perdonate a questo spirto lasso
perché dai suoi peccati si disgravi! –
così dicendo loro, il satanasso
trasse fuor dalla tasca delle chiavi: –
Queste aprono il portone qui dabbasso.
Prendetele! La reggia vi appartiene
e, insieme ad essa, ogni mio altro bene.»

Parla così: ed è l'ultima parola.
Qui si alza il Gelasio e, chini i lumi,
lascia la stanza e a tutti lor s'invola.
Nella Cappella piena di dolciumi
la classe resta vittoriosa e sola:
per la gioia i ribelli versan fiumi
di lagrime, e un sol grido insieme fanno:
«Addio, duce crudele! Addio, tiranno!»

Ferma, una voce sopra tutte spicca:
«Soltanto la Pietà salva e redime,
là ove Vendetta altra violenza appicca.
Nessun rimorso mai tormenta e opprime
chi perseguì giustizia e non ripicca.
Noi costruiremo insieme un buon regime:
ed il castel, di cui la classe è erede,
sia d'ora in poi la nostra unica sede!»

Così, nel volger di pochi secondi,
fu un concerto di voci in ogni spazio:
e chi intrecciava lunghi girotondi
sulle scale, e chi si facea sazio
di dolci, e chi con strepiti giocondi
correva di tra i muri di topazio.
Era rinata l'arida fortezza
a un impeto di pace e d'allegrezza.

Come accade dei prati aperti, allora
che il verno li ha già resi morti e brulli
e arriva Primavera, che li infiora
e fa che il freddo tempo scacci e annulli,
che il loro manto tutto si colora
di linfe nuove, di boccioli e frulli,
sì del maniero spaventoso avvenne
che un chiaro paradiso ne divenne.

Mentre la classe intera ancor gioiva,
il Colonnel guardò dalla finestra
e vide una figura fuggitiva
camminar dritto sulla via maestra
ed un gatto fedel che la seguiva
tra le alte querce e i ciuffi di ginestra.
Era l'aurora. In ciel, come facelle
rotte dal vento, ne morian le stelle.


Fine


1 captivi: prigionieri.
2 come i Romani presso a Benevento:< si allude alla sconfitta dei Romani contro i Sanniti nel 321 a. C., che portò al celebre episodio delle Forche Caudine: i Romani (compresi i consoli, che vennero spogliati del loro mantello) dovettero sfilare sotto le lance dei nemici e sopportare le loro ingiurie.
3 che fu sempre prono / al voler d'Gelasio, come il serpe / quand'ode il flauto magico di Euterpe: il servo Buonaguida obbedisce al padrone come il crotalo, o serpente a sona-gli, al flauto del sonatore (Euterpe è la Musa della musica).
4 coste spurie: le ossa piatte del torace le cui cartilagini non si uniscono allo sterno (a differenza delle «coste ve-re»).
5 il sotterraneo varco: il condotto roccioso che portava all'Antro dei Ribaldi. L'esercito che irrompe nella sala del trono è composto da omuncoli (guidati da una strega) che hanno la forma di lettere greche, accenti, spiriti e altri segni grafici: è evidente la valenza simbolica dello scontro che ne seguirà.
6 fiere: ferisce.
7 Pietà ispiri, e però non ci dismaghi: «Ci ispiri pietà con
le tue lacrime, ma non c'incanti.»

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