Un
mese lungo e identico trascorse
penosamente
dal fatale evento.
Quella
classe di eroi, temendo forse
di
volger tutto a proprio detrimento,
dal
suo disegno intrepido demorse
ed
evitò ogni altro esperimento
(perché
è da sciocchi battersi e morire
quand'è
molto più facile ubbidire).
Soltanto
il Colonnello protestava:
«Abbiamo
per docente un assassino!»
Ma
quella classe sciagurata e ignava,
arresa
ormai al suo misero destino,
ai
piedi di Gelasio s'inchinava.
Nulla
dunque cambiò, finché un mattino
gli
allievi, insieme, aprendo l'armadietto,
trovarono
un insolito biglietto.
Al
centro della busta era un sigillo
su
cui tre letterine erano impresse
con
un inchiostro di color berillo
non
così chiaro che lo si leggesse.
Calò
il silenzio. Il Colonnel, tranquillo,
aprì
la busta e ad alta voce lesse:
«Si
riconforti, amici, il vostro cuore,
ché
chi vi scrive è il vostro salvatore.
V'aiuterò
acciocché l'imperio tolto
sia
al Gelasio, ed abbian fin le crude
sue
azioni, che vi han fatto penar molto.
Dalla
prigione ov'egli vi reclude
posso
affrancarvi, se mi date ascolto:
incontriamoci
presso la Palude
stanotte,
e combattiam quell'omicida.
Firmato:
il cavaliere Buonaguida.»
Quella
breve missiva misteriosa
sollevò
all'improvviso un polverone:
«In
queste dieci righe c'è qualcosa
che
non mi quadra. – dichiarò il Secchione. –
Io
credo che quell'anima furiosa
cerchi
anche questa volta l'occasione
per
attirarci e metterci alle strette
e
farci a pezzi come sottilette.
Vi
sembrano parole veritiere?
A
tal punto il buonsenso vi abbandona?
Che
faremmo se dietro il cavaliere
si
nascondesse Gelasio in persona?
Frenate
le vostre ansie battagliere
e
abbiate fede in me, una volta buona!
Solo
chi ha perso tutte le rotelle
rischierebbe
così la propria pelle.»
Ribatté
grave il Colonnello allora:
«Secchione
pusillanime, sta' zitto,
ché
il tuo vile parlar ti disonora.
Non
mollerò se non vedrò sconfitto
Gelasio
il Terribile: finora
ha
compiuto ogni più orrido delitto
davanti
a noi, e pur nulla abbiamo fatto.
Ma
prestò sarà l'alba del riscatto!
Andremo
dunque al luogo stabilito
quando
fa buio e lì conosceremo
chi
è veramente il cavaliere ardito,
che
oggi è disceso a noi dal Ciel supremo,
donde
lo ha mosso il buon Dio impietosito.
Non
nego certo il rischio; però temo
che
oltre a rischiar la vita non vi sia
per
la salvezza nostra un'altra via.»
«Se
il Gelasio scopre il nostro piano
nella
pagella non avrò più dieci!»
singhiozzava
il Secchione di soppiano.
E
il Tenente: «Risparmiaci le preci,
ché
per i prodi ogni lamento è vano.
Tu
resta a blaterare versi greci;
noi
non pensiamo affatto al nostro voto
e
incontreremo il cavaliere ignoto.»
Ma
a qualcuno sembrò che quell'accusa
del
Tenente suonasse troppo dura.
Una
ragazza sussurrò confusa
alla
compagna: «Tu non hai paura
che
se il Tenente non gli chiede scusa
ce
ne verrà una grossa fregatura?
Se ci mettiamo contro ora il Secchione
Se ci mettiamo contro ora il Secchione
chi
potrà poi passarci la versione?»
«State
a sentirmi! – tuonò furibonda
del
Colonnel la voce e ammonitoria. –
Qui
la viltà, qui la paura abbonda!
Ma
quando all'arme chiama Amor di Gloria,
è
necessario che Virtù risponda!
Compagni,
andiamo! Hasta
la victoria!»
Così
tutti infiammati in quell'istante
risposero:
«Hasta
siempre, comandante!»
E
il Colonnello, a mo' di resoconto:
«Andrò
alla guida di sei militari
eletti,
il gruppo più agile e più pronto,
seguito
da un comparto di ausiliarî.
Ci
incontreremo all'ora del tramonto,
armati
di compassi e dizionarî;
poi
andremo, senza rompere le schiere,
al
luogo ove ci attende il cavaliere.
Non
è impresa per deboli di cuore:
chi
crede che sarà una passeggiata
tenga
a mente che il nostro Professore
sta
forse già tramando un'imboscata
mascherato
da pio benefattore.»
Quindi
si tacque, e sciolse l'adunata.
Tutti
di poi pensarono al da farsi
fin
che 'l sol tornò in mar per ricorcarsi.
.
. .
Era
una notte buia e di tempesta:
quattordici
gagliardi scolaretti,
con
penne in mano e quadernetti in testa,
correvano
nel buio circospetti
quasi
a una maratona, anzi a una festa.
In
prima fila andavano gli Eletti:
lo
Sfacciato, il Tenente, il Colonnello,
il
Bullo, la Sportiva, il Grassottello;
di
dietro, quasi senza far rumore,
ne
venia di pivelli una gran frotta;
e
chi avea il volto pallido e incolore,
e
chi la veste lisa e malridotta,
e
chi piangea, e chi andava a malincuore
sotto
la pioggia che cadea dirotta.
Tutti
ad un fine il sogno li guidava
d'una
scuola felice e non più schiava.
Pieno
d'umanità, pieno d'ardire,
il
Colonnel spronava i suoi soldati;
né
il turbo li poteva intimidire,
ch'eran
persuasi ormai e determinati
a
conquistare il sol dell'avvenire:
«La
libertà, ch'a noi negâro i fati,
dopo
sì crude sorti e sì tremende,
come
una sposa memore ci attende!»
Soggiungeva
il Tenente alle sue spalle:
«Compagni,
chi si ferma qui è perduto!»
Ora
sen van per un secreto calle
sulla
Palude torbida di luto
e,
passato l'imbocco d'una valle,
vengono
in loco d'ogne luce muto:
lì
fermi, stretti stretti sulla riva,
aspettano
l'autor della missiva.
Fischiano
i venti. Alcuno non vedresti
che
non sia scuro in volto o che non taccia;
chi
s'addorme trova un che lo ridesti;
chi
trema, c'è il compagno che l'abbraccia.
Fischiano
i venti indocili e funesti,
ma
del cavalier fiero non v'è traccia;
del
cavalier che all'epica battaglia
contro
Gelasio guidi la marmaglia.
Stanno
seduti in cerchio, sulle sponde
della
Palude, i poveri scolari,
finché
un romor che viene dalle fronde
li
fa drizzare e correre ai ripari:
«Chi
è là? Se c'è qualcun che si nasconde
nel
bosco venga fuori e si dichiari!»
azzarda
il Grassottello, che per primo
s'è
tuffato, impaurito, dentro il limo.
Ecco
affiorar dal buio tutto a un tratto
un
nano con lo scudo e col cimiero:
se
lo portava sulla groppa un gatto
dagli
occhi furbi e il lungo pelo nero.
Il
Colonnel, pensando ch'era un matto
che
cavalcava un matto suo destriero,
disse:
«Straniero, posso domandarti
se
hai visto un cavalier da queste parti?»
«Sono
io quel Buonaguida che cercate
ed
il gatto Efialte qui mi mena. –
rispose
il cavalier. – Non disperate,
ch'io
porrò fine ad ogni vostra pena!»
Mentre
dicea queste parole alate
cadde
giù dalla sella sulla schiena,
e
irritato, accusando l'armatura,
dissimulò
la misera figura.
Al
che il gatto Efialte chinò il muso:
«Che
padrone esecrabile! Che inetto!»
commentò
poi tenendo i baffi in giuso
con
una lieve smorfia di rigetto.
E
Buonaguida: «Amici, me ne scuso,
ma
non v'è cavalier che sia perfetto:
anche
Ettore, Rolando e Napoleone
saran
caduti a volte dall'arcione.»
Come
lo vide, e più come lo 'ntese,
il
Colonnel pensò: Riuscirà
mai
un
cavalier così male in arnese
a
trarci tutti fuor dai nostri guai?
Però
rispose in modo assai cortese:
«Come
tu, Buonaguida, certo sai,
da
quando il Gelasio ci sevizia
abbiam
perso ogni speme e ogni letizia.
Se
non sappiamo la risposta giusta
o
recitiamo lentamente i verbi
siamo
puniti a colpi d'ascia e frusta.
Chissà
che altro la sorte ci riserbi!
Morranno
ancor nella sua cella angusta
gaie
fanciulle e giovinetti imberbi?
Buonaguida,
tu sol puoi darci aiuto
per
salvarne la vita e l'istituto!»
Il
cavaliere, udendo la preghiera,
levò
la destra e, tutto pien d'orgoglio,
atteggiò
il volto a un'espressione austera
come
Cesare entrato in Campidoglio.
«Prenderò
parte a questa pugna fera
con
più arte e più valore che non soglio:
or
vi dirò, se mi prestate orecchio,
come
a l'alta missione m'apparecchio.
Voi
dovete saper che d'una gente
d'uomini
illustri son l'ultimo erede
e,
possedendo un patrimonio ingente,
ebbi
ciò che di meglio Iddio concede.
Non
nacqui però tanto diligente:
lo
studio, anzi, mi fu una palla al piede;
e
mia madre, erudita e gentil dama,
m'affidò
a un pedagogo di gran fama.
“Non
sarai un uomo – disse – finché ignori
l'istoria
e l'arte dell'antica Roma;
ma
prima che tu legga i grandi autori
devi
studiarne il faticoso idioma.
Perciò
ho scelto tra tanti precettori
un
che t'aiuti a prendere il diploma.”
Mia
madre non sapeva che quel tale
era
un feroce spirito infernale.
Incontrai
Gelasio il primo agosto
e
mi seguì per ben dodici mesi.
Mi
pareva che fosse mal disposto
nei
miei confronti, né però m'arresi:
volli
sforzarmi invece ad ogni costo,
sperando
in un bel voto, che non presi:
con
lui vicino era un continuo strazio
analizzare
Seneca ed Orazio.
Presto
divenni bravo e motivato,
temendo
non usasse lo scudiscio.
La
possibilità d'esser bocciato,
perciò,
non mi sfiorò neanche di striscio:
il
Gelasio m'aveva assicurato
che
tutto mi sarebbe andato liscio
e
continuai a studiare con impegno
mettendo
a frutto il mio non alto ingegno.
Dopo
tante parole di conforto,
dopo
i bei voti che m'avea promessi,
pensai
che il Professor si fosse accorto
dei
miei insperati e rapidi progressi.
Ma
all'esame qualcosa mi andò storto:
per
fare in modo che mi confondessi,
mi
chiese di ripetere al contrario
tutti
le voci del vocabolario;
poi
mi bocciò. E non pur, per quell'esame
consumai
traducendo ore leggiadre
che
Gelasio mi rese odiose e grame,
ma
persi anche la stima di mia madre.
Ahi,
Gelasio, pedagogo infame,
possa
tornare tu nelle sedi adre!
Per
quell'esame fui scacciato via
e
abbandonai mia madre e casa mia.
Ho
dato fondo a tutti i miei risparmi
per
comprare un destriero ed una spada
e,
sprezzando il periglio, con queste armi
solo
e feroce mi son messo in strada:
io
vo' contro il Gelasio vendicarmi
e
perseguirlo sempre, ovunque vada.
Ora
che so che quello spirto fello
dimora
qui vicino in un castello,
entrerò
in casa sua, mentre ch'è notte,
per
coglierlo alle spalle e di sorpresa,
e
a tal punto lo riempirò di botte
che
opporre non potrà schermo o difesa.
E
sol quando avrà l'ossa tutte rotte
dirò
conclusa questa grande impresa.
Chissà
che in questo modo non comprenda
i
suoi già troppi errori o non si arrenda?
Bando
alle ciance, amici! Decidete:
pria
che quel bruto altri innocenti uccida,
senza
placare l'orrida sua sete,
affronterete
la gloriosa sfida
per
mettere con me il Gelasio in rete?»
Così
concluse il nano Buonaguida
e
guardò ad uno ad uno gli studenti
folli
già di speranza e d'ira ardenti.
E
il Colonnello: «Buonaguida, certo
non
è mai ben che s'usi la violenza;
ma,
dopo le ferite che ci ha inferto
quel
Professor, non se ne può far senza.
Non
lasceremo a te l'onere e il merto
di
rischiare da solo l'esistenza.
Con
la poca virtù che ci è rimasa
noi
staneremo il Professore in casa!»
In
una schiera rigida e compatta
di
dietro al nano s'avviò la classe
sulla
Palude nera, quatta quatta,
prima
che il sole in cielo si levasse.
«Lo
prenderemo mentre dorme!» «È fatta!»:
si
udivano nel buio voci basse
chiamarsi,
e risuonar sull'erba brevi
e
cadenzati i passi degli allievi.
Discendono
ora nella valle aperta
sospinti
sulla via dalla Fortuna.
La
cupola del ciel tutta è diserta
di
stelle, e il vento gelido raduna
nubi,
altre nubi. Nella luce incerta
galleggia
a tratti il becco della luna.
Non
piove. Ascose di tra i rami grigi
sole
e sinistre strillano le strigi.
«Ci
siamo quasi, ormai, tenete duro!»
Impazza
in ogni dove un vento inquieto
e
bolle un rivo nel suo letto oscuro.
Passano
un ponte, passano un roveto
e
per un varco passano oltre un muro;
entrano
poi in un grande sepolcreto
per
una via segnata d'urne e vasi.
«Tenete
duro, ormai ci siamo quasi!»
Dopo
pendii e rilievi la via sbocca
in
un piano, ove un nuvolo di spetri
presso
le cripte esala dalla bocca
un
vento che ne fa vibrare i vetri.
Il
nano drizzò il dito ad una rocca
sullo
sfondo, alta più di cento metri;
e
disse: «Sopra quella rupe nuda
alberga
di Gelasio l'alma cruda.»
Erano
giunti. Il suolo tremò. Un lampo
liberò
in cielo un alito di fuoco.
S'udia
solo una voce per il campo
santo:
era il vento che ronzava roco.
«Amici
miei, voi non avreste scampo
se
vi addentraste soli in questo loco.
Vi
mostreremo, io e il gatto Efialte,
come
scalare quelle mura alte.»
Da
un mausoleo ai piedi della rupe
salirono
un'orribile scaletta
che
si snodava per curve erte e cupe.
«Questa
è la Gradinata Maladetta,
nido
cortese ai còlubri e alle pupe1.
Camminate
in silenzio e senza fretta:
ché
non passerà più d'un quarto d'ora
pria
che del bruto appaia la dimora.»
A
nessuno importava arrivar presto
sicché
non affrettarono mai il passo,
né,
tuttavia, riuscirono per questo
a
evitare di fare un gran fracasso.
Solo
Efialte, taciturno e lesto,
saliva
senza mai guardare in basso,
e
a petto di quelle animelle pigre
non
un gatto pareva, ma una tigre.
Quando
giunsero infine sulla cima
il
castello comparve innanzi a loro
assai
più ricco e splendido di prima:
d'artisti
eccelsi tal capolavoro
ch'io
non saprei giammai chiuderlo in rima;
tutto
smagliante d'archi ornati d'oro,
con
merli azzurri e fregi in ortoclasio,
ma
immenso e austero, degno di Gelasio.
Accesa
e spenta con cadenze alterne
un'insegna
splendea policromatica
sul
cancello, tra pensili lucerne:
«FUGGITE
DAL CASTELLO DI GRAMMATICA!»
Mille
finestre sulle mura esterne,
disposte
da una mente matematica,
s'aprivano
come pupille oscure
su
giardini affollati di creature:
al
centro d'un gran circolo una strega
evocava
drappelli d'animali
in
forma d'alfa, d'epsilon, d'omega
e,
insieme, accenti e spiriti infernali;
fuori
dalla sua magica bottega,
chi
strisciando, chi in piedi, chi su l'ali,
gli
omuncoli venivano strillando
e
muovendosi in ordine, a comando.
Qui
il cavaliere disse ai suoi guerrieri:
«Ecco
i mostri che da migliaia d'anni
compaiono
negli incubi più neri
degli
studenti e causan loro affanni
e
malesseri e noie e mai pensieri.
Sono
questi che tesson loro inganni
di
giorno in giorno; e sol li fa beati
veder
gli allievi demoralizzati.
Statemi
accanto, amici! Solo un pazzo
tenterebbe
di dare loro guerra;
ma
noi c'infiltreremo nel palazzo
attraverso
un passaggio sottoterra.»
Seguendolo,
aggiraron quello spiazzo.
Ahi,
ma il giudicio uman quanto spesso erra!
Ché
il cavalier che andava loro innante
non
era un cavalier, ma un lestofante.

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