domenica 22 dicembre 2013

Canto secondo


Un mese lungo e identico trascorse
penosamente dal fatale evento.
Quella classe di eroi, temendo forse
di volger tutto a proprio detrimento,
dal suo disegno intrepido demorse
ed evitò ogni altro esperimento
(perché è da sciocchi battersi e morire
quand'è molto più facile ubbidire).


Soltanto il Colonnello protestava:
«Abbiamo per docente un assassino!»
Ma quella classe sciagurata e ignava,
arresa ormai al suo misero destino,
ai piedi di Gelasio s'inchinava.
Nulla dunque cambiò, finché un mattino
gli allievi, insieme, aprendo l'armadietto,
trovarono un insolito biglietto.

Al centro della busta era un sigillo
su cui tre letterine erano impresse
con un inchiostro di color berillo
non così chiaro che lo si leggesse.
Calò il silenzio. Il Colonnel, tranquillo,
aprì la busta e ad alta voce lesse:
«Si riconforti, amici, il vostro cuore,
ché chi vi scrive è il vostro salvatore.

V'aiuterò acciocché l'imperio tolto
sia al Gelasio, ed abbian fin le crude
sue azioni, che vi han fatto penar molto.
Dalla prigione ov'egli vi reclude
posso affrancarvi, se mi date ascolto:
incontriamoci presso la Palude
stanotte, e combattiam quell'omicida.
Firmato: il cavaliere Buonaguida.»

Quella breve missiva misteriosa
sollevò all'improvviso un polverone:
«In queste dieci righe c'è qualcosa
che non mi quadra. – dichiarò il Secchione. –
Io credo che quell'anima furiosa
cerchi anche questa volta l'occasione
per attirarci e metterci alle strette
e farci a pezzi come sottilette.

Vi sembrano parole veritiere?
A tal punto il buonsenso vi abbandona?
Che faremmo se dietro il cavaliere
si nascondesse Gelasio in persona?
Frenate le vostre ansie battagliere
e abbiate fede in me, una volta buona!
Solo chi ha perso tutte le rotelle
rischierebbe così la propria pelle.»

Ribatté grave il Colonnello allora:
«Secchione pusillanime, sta' zitto,
ché il tuo vile parlar ti disonora.
Non mollerò se non vedrò sconfitto
Gelasio il Terribile: finora
ha compiuto ogni più orrido delitto
davanti a noi, e pur nulla abbiamo fatto.
Ma prestò sarà l'alba del riscatto!

Andremo dunque al luogo stabilito
quando fa buio e lì conosceremo
chi è veramente il cavaliere ardito,
che oggi è disceso a noi dal Ciel supremo,
donde lo ha mosso il buon Dio impietosito.
Non nego certo il rischio; però temo
che oltre a rischiar la vita non vi sia
per la salvezza nostra un'altra via.»

«Se il Gelasio scopre il nostro piano
nella pagella non avrò più dieci!»
singhiozzava il Secchione di soppiano.
E il Tenente: «Risparmiaci le preci,
ché per i prodi ogni lamento è vano.
Tu resta a blaterare versi greci;
noi non pensiamo affatto al nostro voto
e incontreremo il cavaliere ignoto.»

Ma a qualcuno sembrò che quell'accusa
del Tenente suonasse troppo dura.
Una ragazza sussurrò confusa
alla compagna: «Tu non hai paura
che se il Tenente non gli chiede scusa
ce ne verrà una grossa fregatura?
Se ci mettiamo contro ora il Secchione
chi potrà poi passarci la versione?»

«State a sentirmi! – tuonò furibonda
del Colonnel la voce e ammonitoria. –
Qui la viltà, qui la paura abbonda!
Ma quando all'arme chiama Amor di Gloria,
è necessario che Virtù risponda!
Compagni, andiamo! Hasta la victoria
Così tutti infiammati in quell'istante
risposero: «Hasta siempre, comandante

E il Colonnello, a mo' di resoconto:
«Andrò alla guida di sei militari
eletti, il gruppo più agile e più pronto,
seguito da un comparto di ausiliarî.
Ci incontreremo all'ora del tramonto,
armati di compassi e dizionarî;
poi andremo, senza rompere le schiere,
al luogo ove ci attende il cavaliere.

Non è impresa per deboli di cuore:
chi crede che sarà una passeggiata
tenga a mente che il nostro Professore
sta forse già tramando un'imboscata
mascherato da pio benefattore.»
Quindi si tacque, e sciolse l'adunata.
Tutti di poi pensarono al da farsi
fin che 'l sol tornò in mar per ricorcarsi.

. . .

Era una notte buia e di tempesta:
quattordici gagliardi scolaretti,
con penne in mano e quadernetti in testa,
correvano nel buio circospetti
quasi a una maratona, anzi a una festa.
In prima fila andavano gli Eletti:
lo Sfacciato, il Tenente, il Colonnello,
il Bullo, la Sportiva, il Grassottello;

di dietro, quasi senza far rumore,
ne venia di pivelli una gran frotta;
e chi avea il volto pallido e incolore,
e chi la veste lisa e malridotta,
e chi piangea, e chi andava a malincuore
sotto la pioggia che cadea dirotta.
Tutti ad un fine il sogno li guidava
d'una scuola felice e non più schiava.

Pieno d'umanità, pieno d'ardire,
il Colonnel spronava i suoi soldati;
né il turbo li poteva intimidire,
ch'eran persuasi ormai e determinati
a conquistare il sol dell'avvenire:
«La libertà, ch'a noi negâro i fati,
dopo sì crude sorti e sì tremende,
come una sposa memore ci attende!»

Soggiungeva il Tenente alle sue spalle:
«Compagni, chi si ferma qui è perduto!»
Ora sen van per un secreto calle
sulla Palude torbida di luto
e, passato l'imbocco d'una valle,
vengono in loco d'ogne luce muto:
lì fermi, stretti stretti sulla riva,
aspettano l'autor della missiva.

Fischiano i venti. Alcuno non vedresti
che non sia scuro in volto o che non taccia;
chi s'addorme trova un che lo ridesti;
chi trema, c'è il compagno che l'abbraccia.
Fischiano i venti indocili e funesti,
ma del cavalier fiero non v'è traccia;
del cavalier che all'epica battaglia
contro Gelasio guidi la marmaglia.

Stanno seduti in cerchio, sulle sponde
della Palude, i poveri scolari,
finché un romor che viene dalle fronde
li fa drizzare e correre ai ripari:
«Chi è là? Se c'è qualcun che si nasconde
nel bosco venga fuori e si dichiari!»
azzarda il Grassottello, che per primo
s'è tuffato, impaurito, dentro il limo.

Ecco affiorar dal buio tutto a un tratto
un nano con lo scudo e col cimiero:
se lo portava sulla groppa un gatto
dagli occhi furbi e il lungo pelo nero.
Il Colonnel, pensando ch'era un matto
che cavalcava un matto suo destriero,
disse: «Straniero, posso domandarti
se hai visto un cavalier da queste parti?»

«Sono io quel Buonaguida che cercate
ed il gatto Efialte qui mi mena. –
rispose il cavalier. – Non disperate,
ch'io porrò fine ad ogni vostra pena!»
Mentre dicea queste parole alate
cadde giù dalla sella sulla schiena,
e irritato, accusando l'armatura,
dissimulò la misera figura.

Al che il gatto Efialte chinò il muso:
«Che padrone esecrabile! Che inetto!»
commentò poi tenendo i baffi in giuso
con una lieve smorfia di rigetto.
E Buonaguida: «Amici, me ne scuso,
ma non v'è cavalier che sia perfetto:
anche Ettore, Rolando e Napoleone
saran caduti a volte dall'arcione.»

Come lo vide, e più come lo 'ntese,
il Colonnel pensò: Riuscirà mai
un cavalier così male in arnese
a trarci tutti fuor dai nostri guai?
Però rispose in modo assai cortese:
«Come tu, Buonaguida, certo sai,
da quando il Gelasio ci sevizia
abbiam perso ogni speme e ogni letizia.

Se non sappiamo la risposta giusta
o recitiamo lentamente i verbi
siamo puniti a colpi d'ascia e frusta.
Chissà che altro la sorte ci riserbi!
Morranno ancor nella sua cella angusta
gaie fanciulle e giovinetti imberbi?
Buonaguida, tu sol puoi darci aiuto
per salvarne la vita e l'istituto!»

Il cavaliere, udendo la preghiera,
levò la destra e, tutto pien d'orgoglio,
atteggiò il volto a un'espressione austera
come Cesare entrato in Campidoglio.
«Prenderò parte a questa pugna fera
con più arte e più valore che non soglio:
or vi dirò, se mi prestate orecchio,
come a l'alta missione m'apparecchio.

Voi dovete saper che d'una gente
d'uomini illustri son l'ultimo erede
e, possedendo un patrimonio ingente,
ebbi ciò che di meglio Iddio concede.
Non nacqui però tanto diligente:
lo studio, anzi, mi fu una palla al piede;
e mia madre, erudita e gentil dama,
m'affidò a un pedagogo di gran fama.

Non sarai un uomo – disse – finché ignori
l'istoria e l'arte dell'antica Roma;
ma prima che tu legga i grandi autori
devi studiarne il faticoso idioma.
Perciò ho scelto tra tanti precettori
un che t'aiuti a prendere il diploma.”
Mia madre non sapeva che quel tale
era un feroce spirito infernale.

Incontrai Gelasio il primo agosto
e mi seguì per ben dodici mesi.
Mi pareva che fosse mal disposto
nei miei confronti, né però m'arresi:
volli sforzarmi invece ad ogni costo,
sperando in un bel voto, che non presi:
con lui vicino era un continuo strazio
analizzare Seneca ed Orazio.

Presto divenni bravo e motivato,
temendo non usasse lo scudiscio.
La possibilità d'esser bocciato,
perciò, non mi sfiorò neanche di striscio:
il Gelasio m'aveva assicurato
che tutto mi sarebbe andato liscio
e continuai a studiare con impegno
mettendo a frutto il mio non alto ingegno.

Dopo tante parole di conforto,
dopo i bei voti che m'avea promessi,
pensai che il Professor si fosse accorto
dei miei insperati e rapidi progressi.
Ma all'esame qualcosa mi andò storto:
per fare in modo che mi confondessi,
mi chiese di ripetere al contrario
tutti le voci del vocabolario;

poi mi bocciò. E non pur, per quell'esame
consumai traducendo ore leggiadre
che Gelasio mi rese odiose e grame,
ma persi anche la stima di mia madre.
Ahi, Gelasio, pedagogo infame,
possa tornare tu nelle sedi adre!
Per quell'esame fui scacciato via
e abbandonai mia madre e casa mia.

Ho dato fondo a tutti i miei risparmi
per comprare un destriero ed una spada
e, sprezzando il periglio, con queste armi
solo e feroce mi son messo in strada:
io vo' contro il Gelasio vendicarmi
e perseguirlo sempre, ovunque vada.
Ora che so che quello spirto fello
dimora qui vicino in un castello,

entrerò in casa sua, mentre ch'è notte,
per coglierlo alle spalle e di sorpresa,
e a tal punto lo riempirò di botte
che opporre non potrà schermo o difesa.
E sol quando avrà l'ossa tutte rotte
dirò conclusa questa grande impresa.
Chissà che in questo modo non comprenda
i suoi già troppi errori o non si arrenda?

Bando alle ciance, amici! Decidete:
pria che quel bruto altri innocenti uccida,
senza placare l'orrida sua sete,
affronterete la gloriosa sfida
per mettere con me il Gelasio in rete?»
Così concluse il nano Buonaguida
e guardò ad uno ad uno gli studenti
folli già di speranza e d'ira ardenti.

E il Colonnello: «Buonaguida, certo
non è mai ben che s'usi la violenza;
ma, dopo le ferite che ci ha inferto
quel Professor, non se ne può far senza.
Non lasceremo a te l'onere e il merto
di rischiare da solo l'esistenza.
Con la poca virtù che ci è rimasa
noi staneremo il Professore in casa!»

In una schiera rigida e compatta
di dietro al nano s'avviò la classe
sulla Palude nera, quatta quatta,
prima che il sole in cielo si levasse.
«Lo prenderemo mentre dorme!» «È fatta!»:
si udivano nel buio voci basse
chiamarsi, e risuonar sull'erba brevi
e cadenzati i passi degli allievi.

Discendono ora nella valle aperta
sospinti sulla via dalla Fortuna.
La cupola del ciel tutta è diserta
di stelle, e il vento gelido raduna
nubi, altre nubi. Nella luce incerta
galleggia a tratti il becco della luna.
Non piove. Ascose di tra i rami grigi
sole e sinistre strillano le strigi.

«Ci siamo quasi, ormai, tenete duro!»
Impazza in ogni dove un vento inquieto
e bolle un rivo nel suo letto oscuro.
Passano un ponte, passano un roveto
e per un varco passano oltre un muro;
entrano poi in un grande sepolcreto
per una via segnata d'urne e vasi.
«Tenete duro, ormai ci siamo quasi!»

Dopo pendii e rilievi la via sbocca
in un piano, ove un nuvolo di spetri
presso le cripte esala dalla bocca
un vento che ne fa vibrare i vetri.
Il nano drizzò il dito ad una rocca
sullo sfondo, alta più di cento metri;
e disse: «Sopra quella rupe nuda
alberga di Gelasio l'alma cruda.»

Erano giunti. Il suolo tremò. Un lampo
liberò in cielo un alito di fuoco.
S'udia solo una voce per il campo
santo: era il vento che ronzava roco.
«Amici miei, voi non avreste scampo
se vi addentraste soli in questo loco.
Vi mostreremo, io e il gatto Efialte,
come scalare quelle mura alte.»

Da un mausoleo ai piedi della rupe
salirono un'orribile scaletta
che si snodava per curve erte e cupe.
«Questa è la Gradinata Maladetta,
nido cortese ai còlubri e alle pupe1.
Camminate in silenzio e senza fretta:
ché non passerà più d'un quarto d'ora
pria che del bruto appaia la dimora.»

A nessuno importava arrivar presto
sicché non affrettarono mai il passo,
né, tuttavia, riuscirono per questo
a evitare di fare un gran fracasso.
Solo Efialte, taciturno e lesto,
saliva senza mai guardare in basso,
e a petto di quelle animelle pigre
non un gatto pareva, ma una tigre.

Quando giunsero infine sulla cima
il castello comparve innanzi a loro
assai più ricco e splendido di prima:
d'artisti eccelsi tal capolavoro
ch'io non saprei giammai chiuderlo in rima;
tutto smagliante d'archi ornati d'oro,
con merli azzurri e fregi in ortoclasio,
ma immenso e austero, degno di Gelasio.

Accesa e spenta con cadenze alterne
un'insegna splendea policromatica
sul cancello, tra pensili lucerne:
«FUGGITE DAL CASTELLO DI GRAMMATICA
Mille finestre sulle mura esterne,
disposte da una mente matematica,
s'aprivano come pupille oscure
su giardini affollati di creature:

al centro d'un gran circolo una strega
evocava drappelli d'animali
in forma d'alfa, d'epsilon, d'omega
e, insieme, accenti e spiriti infernali;
fuori dalla sua magica bottega,
chi strisciando, chi in piedi, chi su l'ali,
gli omuncoli venivano strillando
e muovendosi in ordine, a comando.

Qui il cavaliere disse ai suoi guerrieri:
«Ecco i mostri che da migliaia d'anni
compaiono negli incubi più neri
degli studenti e causan loro affanni
e malesseri e noie e mai pensieri.
Sono questi che tesson loro inganni
di giorno in giorno; e sol li fa beati
veder gli allievi demoralizzati.

Statemi accanto, amici! Solo un pazzo
tenterebbe di dare loro guerra;
ma noi c'infiltreremo nel palazzo
attraverso un passaggio sottoterra.»
Seguendolo, aggiraron quello spiazzo.
Ahi, ma il giudicio uman quanto spesso erra!
Ché il cavalier che andava loro innante
non era un cavalier, ma un lestofante.

1 pupe: upupe (cfr. Pulci, Morg. XIV, 52, 6: «e rizza la
pupa la cresta»).

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