Disvelando
il suo volto adamantino
si
snebbiava pian piano tutto il polo,
quando,
lasciando a man destra il giardino,
il
cavalier guidò l'intero stuolo
di
allievi per un natural cammino
che
s'immetteva giù nel sottosuolo.
«Questo
traforo – disse il cavaliero –
passa
sotto le mura del maniero.»
Vanno
per il cammin scavato in pietra
tra
pozze d'acqua, piante morte e ragni
e,
se qualcuno è ardito e non s'arretra,
non
manca chi del lungo andar si lagni.
«Finita
questa passeggiata tetra,
saremo
giunti proprio sotto i bagni
del
castello; da lì sarà un giochetto
raggiungere
la camera da letto.»
Seguitò
a camminare la masnada
verso
sentieri sporchi ed involuti
in
cui la luce si facea più rada
e
un tappeto di rena e sassi acuti
si
distendeva sull'intera strada.
Proseguiron
decisi e risoluti
finché
la loro tetra passeggiata
fu
interrotta dai ferri d'una grata:
oltre
le sbarre, al buio, era un recesso
in
cui non si sarebbe visto a un palmo.
La
via finiva. Stettero lì presso
meravigliati,
in preda al cardiopalmo.
«Superando
il cancello avrete accesso
al
maniero. – spiegò poi il nano, calmo. –
Entrate,
è aperto! Dentro troverete
una
porta, tastando la parete.»
Entrarono
gli allievi nella stanza
lercia
come la stiva d'una nave.
Buonaguida
restò dietro, a distanza,
e
li spronò ad andar con voce grave;
alle
lor spalle, poi, con noncuranza,
chiuse
il cancello e rigirò la chiave.
Gli
studenti gridaron sbigottiti:
«Compagni,
Buonaguida ci ha traditi!»
Assentì
il nano sollevando gli occhi:
«Pensavate
di fare gli spavaldi
e
invece siete in trappola. Che sciocchi!
Provate
ora a tenere i nervi saldi
in
compagnia dei topi e dei pidocchi!
Vi
trovate nell'Antro dei Ribaldi,
dove
va prigioniera ogni canaglia
che
al Professore osi dar battaglia.
Mi
credevate un angelo custode?
Io
sono di Gelasio il primo servo.
E
per aver da lui affetto e lode
sempre
devoto il suo volere osservo.
Mi
ha chiesto di attirarvi con la frode
per
saggiare il vostro animo protervo
e
non avete perso l'occasione
per
progettare un'altra insurrezione.
I'
mi son Buonaguida, lo scagnozzo
più
astuto ed onorato della corte.
Rimarrete
in quest'Antro orrido e sozzo
fino
a che si saprà la vostra sorte.»
Al
che un'allieva ruppe in un singhiozzo:
«Compagni,
ci condanneranno a morte!»
E
il nano: «Sì, su questo non ci piove:
resta
da stabilire come e dove.»
Efialte
è lì presso e non fa motto,
ma,
rimanendo immobile e in disparte,
guarda
il padrone ignobile e corrotto.
Si
volta il cavalier dall'altra parte,
riprende
in fretta il lugubre condotto
roccioso
e dagli allievi si diparte.
Ahi,
scolaretti soli ed infelici
traditi
da chi vi chiamava amici!
Il
Colonnello principiò un discorso
per
confessare tutti i suoi timori:
«Io
dovrei dare a tutti voi soccorso,
ma
da quest'antro non so trarvi fuori.
Oh,
come brucio adesso dal rimorso!
Terra
crudel, perché non mi divori?»
Ma
la pietà e l'orror furon sì intensi
che
qui si gettò in terra e perse i sensi.
Il
Grassottello disse: «Che tragedia!
Compagni
miei, chi mai potrà salvarne?
A
un errore fatal non si rimedia.
Deh,
ma poiché le vostre membra scarne
non
potranno resistere all'inedia,
prendete
me, mangiate la mia carne!»
Qui
s'infiammò come chi va al martirio,
ma
svenne, ed interruppe il suo delirio.
Stettero
con le spalle sulla roccia,
contando
debolmente con le dita
gli
istanti che passavan goccia a goccia.
Disse
il Secchione: «Se anche resto in vita
come
farò se il Professor mi boccia?
A
che giovò questa missione ardita?
Ahimè,
senza una splendida pagella
come
può mai una vita essere bella?»
Qui
puose fine al lacrimabil suono
e
si lasciò cader. Con voce sorda
il
Bullo pregò: «Dio, chiedo perdono
se
di qualche misfatto ho l'alma lorda.
Al
pensar che non sono stato buono
sai
quanto la coscienza mi rimorda!»
Allora
Dio, vedendo i lor tormenti,
mandava
il Sonno a ristorar le menti.
Ad
uno ad uno il Sonno li vinceva,
il
Sonno che ogni angoscia tronca e spezza
e
dalle cure umane risolleva.
Sognavan
tutti quanti la salvezza
ed
una mano che li soccorreva:
una
mano gentile, una carezza
materna
che addolciva il lor riposo
dentro
quell'antro scabro e tenebroso.
Non
v'erano coperte, tuttavia,
che
lor dal freddo dessero riparo,
sicché
divenne presto un'agonia
persino
il sonno, e tutti si destâro.
A
un tratto, al fondo della galleria,
riscintillò
nel buio un lume chiaro,
un
lume che sulla parete scura
proiettava
una rapida figura.
Qualcuno
che recava un lume acceso
veniva
verso loro a grandi balzi,
ma
così lievi e lesti e sanza peso
che
credettero avesse i piedi scalzi.
Poi
udirono un suono assai inatteso:
«Siete
salvi! Chi dorme si rialzi!
Vi
aiuto a scappar via da quest'anfratto!»
E
chi veniva era Efialte il gatto.
Posando
a terra un lume d'oro giallo,
Efialte
s'avvicinò al cancello
dell'Antro
e con un'asta di metallo
ne
colpì tanto forte il chiavistello
che
lo ruppe come esile cristallo.
Ribatté
duramente il Colonnello:
«Efialte,
va' via! Nessuno crede
che
tu stia qui venendo in buona fede.»
Ma
il gatto gli rivolse un tale sguardo
che
il Colonnel capì ch'era sincero.
«Buonaguida
è il vigliaccio ed il bugiardo,
non
io. – spiegò Efialte. – Io dico il vero.
Adesso
andiamo: siamo già in ritardo.
Son
venuto non visto (almeno spero!)
nel
cuore della notte a liberarvi
pria
che venisse il bruto ad acciuffarvi.»
Per
primo il Colonnel si rizzò in piedi
e
seguì il gatto oltre il cancel d'acciaio;
poi
disse: «Se ci liberi, non credi
di
cacciarti da solo in qualche guaio?»
E
il gatto: «Per bloccar quel leccapiedi
di
Buonaguida e il suo burattinaio,
farei
qualunque cosa; né ho timore
di
tradire un padrone traditore.»
Poi
ch'ebbero lasciato quella tana
percorsero
il cunicolo selvaggio
verso
l'uscita, tutti in fila indiana.
A
un tratto tra le rocce filtrò il raggio
d'una
luce che parve sovrumana:
erano
già alla fine del passaggio.
Il
gatto allora disse ai suoi eroi:
«La
luna, amici, splende innanzi a noi!»
Liberi!
Mentre a un alito sereno
fluttuava
ogni fiore sul suo stelo
e
gli animai dormivano e il terreno
vestiva
un drappo lucido di gelo,
il
castel, col suo forte terrapieno,
si
stagliava agghiacciante contro il cielo.
Liberi!
Gli scolari ed il felino
s'avviarono
a un campo lì vicino.
Quando
la schiera fu tutta raccolta,
il
gatto disse: «La vostra alta impresa
continua:
non cessate la rivolta
che
avete con coraggio già intrapresa.
Vi
guiderò io stesso questa volta.
Quando
Gelasio firmerà la resa
ritorneremo
nelle nostre case!»
Così
disse Efialte, e li persuase.
Il
Colonnel cercò negli altri assenso,
poi
rispose: «Efialte, io non demordo:
combatterò
fino alla morte, e penso
che
i miei compagni tutti sien d'accordo.
Ma
come entrare in quel castello immenso?»
E
il gatto disse: «Se ben mi ricordo,
c'è
un passaggio segreto che ne porta
dentro
il maniero, per una via corta.
Vienmi
a' panni con gli altri: ora vi guido
per
una strada che hanno corso in pochi.»
E
il Colonnello: «Andiamo: a te mi affido.»
Costeggiarono
insieme gli ampi
lochi
che
intorno vallan quel castello infido,
per
campi sparsi di violette e crochi
e
prati luccicanti come smalto;
presero
poi un cammin scosceso ed alto.
Gli
allievi lo seguirono: ora, esperti
per
essersi battuti su più fronti
e
forti pei soprusi già sofferti,
volevan
tutti regolare i conti.
«Anche
se non verremo mai scoperti
per
questa strada, siate svegli e pronti! –
disse
il gatto, ed aggiunse con un ghigno: –
Ché
Gelasio ne sa più del Maligno.»
Intessendo
uno strano labirinto,
la
strada si fa stretta e vieppiù bassa,
tanto
che, se non viene a forza spinto,
il
Grassottello proprio non vi passa.
«Il
gran dedalo onde il castello è cinto
s'annoda
come tortile matassa.
Ma
io – disse Efialte, – so i segreti
di
queste insuperabili pareti.»
Dopo
pochi minuti erano giunti
in
un piccolo e buio disimpegno
che
pareva una cripta di defunti.
Disse
il gatto: «Oltre questa porta in legno,
che
cigola sui cardini consunti,
si
apre di Gelasio il fosco regno.»
E
poi che aprì la porta il gatto scaltro,
entraron
tutti l'uno dopo l'altro.
Entrarono
in un'elegante sala
dai
muri chiari e il pavimento terso,
con
una pista argentea, un'alta scala
e
un pianoforte tutto d'or cosperso.
«Qui
il Folle dà le sue cene di gala.
Vedete
che Gelasio è ben diverso
da
come appare: professor brutale,
tiene
però alla sua vita sociale.»
Di
lì mossero poi verso le stanze
del
Professore, andando di sottecchi
e
immaginando di convivî e danze
tra
le pareti lucide di specchi.
Videro
stese mussole ed organze
tra
una finestra e l'altra; e ovunque vecchi
mobili,
ornati da sontuosi intarsi,
e
antichi vasi, splendidi a guardarsi.
Passarono
per una biblioteca
traboccante
di codici e volumi
sulle
eccezioni della lingua greca
tutti
illustrati da pregiati lumi.
Disse
Efialte: «Quell'anima bieca
venera
questi libri come numi:
cercando
nottetempo oscuri lemmi
contro
gli allievi ordisce stratagemmi.»
Videro
intorno a loro grandi fusti
di
colonne con spigoli scolpiti
su
cui posavan dieci mezzibusti
già
per il tempo logori e anneriti.
«Amici
miei, questi uomini vetusti,
che
furono grammatici e eruditi,
sono
qui radunati in un concilio
capeggiato
dal crudo Lucio Orbilio1.
In
questa celeberrima famiglia
di
seguito potete rimirare
l'emerito
Isidoro di Siviglia2,
che
Gelasio ritiene un luminare
tanto
che a sé talvolta lo assomiglia;
Si
spostarono poi alla chetichella
nell'andito.
Ed il gatto: «Orsù, guardate! –
disse.
– Vedete laggiù, in fondo, quella
porta
ch'è chiusa a quindici mandate?
Essa
conduce dentro una Cappella
in
cui Gelasio tiene rinserrate
cose
che nessun suddito ha mai visto
fra
quanti vivon nel castello tristo.
Io
stesso ho già provato molte volte
a
discoprire quali stramberie
in
quel luogo proibito son sepolte;
ma
le sue astuzie superan le mie!
Invano,
poi, molte altre anime stolte
hanno
tentato ancor tutte le vie
e
adottato ogni trucco e ogni cautela
per
saper ciò che la Cappella cela.
C'è
chi crede che dentro quel locale
il
Professore faccia sacrifici
a
qualche deità grammaticale
o
escogiti nefasti malefici.
Io
son persuaso che nessun mortale
possa
mai immaginare a quali uffici
il
Professor nella Cappella attenda
e
cosa mai nasconda tal faccenda.»
Per
quella stessa via, tirando dritto,
giunsero
in un salone principesco:
per
ciò un poco interruppero il tragitto.
Panche
imbottite, scranni, un lungo desco,
cornici,
anfore, arazzi, e sul soffitto
era
dipinto uno stupendo affresco:
ne
ammirarono assorti con un brivido
il
colore brillante e ancora vivido.
Disse
allora Efialte: «Ciascun guardi
con
attenzione a quest'opera immensa:
vi
son ritratti giovani goliardi
che
brindano, seduti ad una mensa.
Questa
banda di poveri infingardi,
assai
pigra e allo studio non propensa,
visse
molti anni fa in questo paese
e
solo all'ozio dedicossi e intese.
Amici
miei, i ragazzi che vediamo
rappresentati
in questo bel quadretto
furon
del Professore menagramo
il
gruppo di compagni prediletto.
Il
primo lì seduto è Peppe Addamo11,
che
si liscia la barba ed il pizzetto
e
sembra dire, empiendo la sua coppa:
“Compagni,
l'ebrietà non è mai troppa!”
Quella
che si smascella per le risa,
tutta
radiosa come il sol d'aprile,
è
la famosa nobildonna Elisa,
illustre
nell'aspetto e assai gentile.
Alla
sua destra, poi, se ne sta assisa
Ottavia,
spirto candido e infantile:
e
mentre gli altri brindano, vedete
ch'ella
solleva in alto il Faust
di
Goethe.
Ma
tutta la taverna, amici, è piena
di
giovinette luminose e belle:
fra
loro si distingue Flavia Arena.
Ed
ecco le tre nobili sorelle,
Stefania,
Sara e Gaia, che la cena
allietano,
ridendo a crepapelle;
l'altra
che indossa quella veste azzurra
e
sogguarda pensosa è la Candurra.
Colei
che leva in alto il grave sguardo
è
Federica Grasso, dama eletta;
le
siede a fianco Miryam Pappalardo,
in
viso docile anima perfetta;
ecco
Giuseppe, giovane gagliardo;
ecco
Sabrina, saggia giovinetta;
ecco,
ultimo di loro, il buon Felice:
qual
sia sua tempra, il nome suo lo dice.
Daccanto
a lui sta Paola, buona amica
di
Gelasio: in un angolo discosto
questa
fanciulla altiera par che dica:
“Che
diavolo ci faccio in questo posto?”
Mirate,
poi, Madonna Federica
che
sul suo scranno sta dal lato opposto
e
suona melodie con la chitarra
facendo
insieme agli altri gran gazzarra.
Quella
che al Professore sta vicina
e
che fu sua compagna d'ateneo
è
la frizzante e allegra Maria Pina;
completano
il grazioso gineceo12
Eugenia
la ben nata, ed Agrippina
che
regnò insieme a Nella su Mineo;
e
quell'altra che ha i crini lustri e biondi
è
l'archeologa Giulia Raimondi.
Vedete
quel fanciullo diligente?
Quello
è il celebre Antonio La Rosa,
che
studia un libro imperturbabilmente
né
giorno mai, né notte mai riposa.
Poi
è Messer Salvatore13,
alma sapiente,
ma
assai meno sapiente che golosa,
ché
qui di carne impingua il ventre largo
come
orso che si desti dal letargo.
Una
ninfa vedete, che nel viso
porta
d'Amore l'eternal scintilla
e
da' capelli effluvio d'elicriso
spira,
e per grazia sovra ogn'altra brilla:
riconoscete
dal dolce sorriso
la
divina Mariangela Failla14,
per
la quale arse d'un amor profondo
un
trovatore, l'ultimo del mondo.
E
poi che anche i più schivi persuade
forma
di donna somma e non caduca,
qual
meraviglia che una tal beltade
fiamme
d'amore in un poeta induca?
Il
trovator veniva da contrade
umili
e ignote, e avea nome Gianluca15;
e
com'ella gli volse il guardo e il cenno,
egli
ne fu rapito e perse il senno.
Chi
era Gianluca niuno lo rammenta:
ma
voi sappiate che quel poeta antico,
la
cui gloria nel mondo adesso è spenta,
fu
di Gelasio allora il primo amico.
Dove
finì l'anima sua scontenta
per
colpa di quel bruto, non vi dico.»
Qui
il gatto tacque, come chi in cuor serba
vecchio
rimpianto o rimembranza acerba.
E
il Colonnel: «Perché tanto ti strazia
il
ricordar della sua sorte rea?
Qual
pena mai toccogli, o qual disgrazia?»
A
lui cupo Efialte rispondea:
«Come
la maga che non fu mai sazia
del
suo essere crudel, Circe di Eèa,
e
solo per diletto, anzi per noia,
tramutò
in porci i militi di Troia,
così
Gelasio con Gianluca fece,
quando
ne tramutò l'uman sembiante
in
quel d'un animale d'altra specie.
Mi
fermo, amici, e non racconto avante,
perché
dir più di questo non mi lece.»
Allora
la sua voce altisonante
ne
fu incrinata da un così gran pianto
che
ciascun tacque con il cuore affranto.
Usciti
tutti dal salone, poi,
presero
a camminar lunghesso i muri.
E
mentre andavan per i corridoi
e
si sentian più forti e più sicuri
udirono
una voce: «Guai a voi,
studentelli
ostinati ed immaturi!»
Voltando
il capo, si videro a lato
il
Professore con un corpo armato.
E
non giovò gridare a più non posso,
ché
quella classe già troppo infelice
si
ritrovò un'intera truppa addosso.
Disse
Gelasio, e li guardò in tralice:
«Alle
vostre rivolte ho fatto l'osso!
Deciderà
la Savia Imperatrice
quale
castigo sembri a voi più adatto. –
Poi
si rivolse furibondo al gatto: –
Quanto
a te, animal perfido e rio,
ti
prosciugherò il sangue dalle vene!
M'era
parso d'udire un calpestio
mentre
dormivo: e avevo udito bene!
Avete
osato, e pagherete il fio.
Gendarmi,
orsù, metteteli in catene!»
E
come impartì l'ordine ai soldati
i
ribelli eran tutti incatenati.
A
forza ne è condotta quella greggia
di
sventurati allievi al pian di sopra,
perché
l'Imperatrice della reggia
giudichi
della loro audace opra
ed
alla retta punizion provveggia.
Ma
nel prossimo canto è ben ch'io scopra
ciò
che la classe, ormai prostrata e esausta,
ebbe
a patire in quella notte infausta.
1
Lucio Orbilio Pupillo: grammatico del I secolo a.C., fu il maestro
di Orazio, il quale nell'epistola prima del II libro ne ricorda le
maniere violente: «Non equidem insector delendave carmina Livi /
esse reor, memini quae plago-sum mihi parvo / Orbilium dictare.»
«Non voglio perse-guitare Livio, non voglio distruggere le sue
opere (ricordo come Orbilio me le spiegava, da piccolo, a colpi di
frusta») (Ep.
II, 1, 68-71). Svetonio gli dedica il IX libro del De
grammaticis et rhetoribus,
ove lo dice autore di un libro dal titolo «Perìalogos», in cui
raccoglieva «le lamen-tele per le offese che i professori
ricevevano a causa della negligenza o dell'ambizione dei genitori.»
(«Librum etiam cui est titulus Perìalogos edidit, continentem
quere-las de iniuriis quas professores neglegentia aut ambitione
parentum acciperent.») Svetonio riporta anche un verso di Domizio
Marso, nel quale si ricordano «coloro che Orbilio fece a pezzi con
la sferza e lo scudiscio.» («[...]
quos Orbilius ferula scuticaque cecidit»). Morì molto anziano,
lasciando un figlio che portava il suo nome e che divenne a sua
volta professore. Le analogie fra Orbilio e Gelasio non hanno
bisogno di essere esplicitate.
2
Isidoro
(560-636), vescovo di Siviglia: noto soprattutto per le Etymologiae,
opera d'erudizione che si presenta come un compendio di tutto lo
scibile umano, scrisse anche opere di grammatica, fra le quali un
trattato De
differentiis verborum e
i Synonymorum
libri II.
3
Verrio
Flacco: grammatico dell'età augustea, fu precettore di Gaio e
Lucio, nipoti di Ottaviano, e autore di un'opera De
verborum significatione.
4
Sulpicio
Apollinare: grammatico e metricista di origini cartaginesi, visse
nel II secolo e fu maestro di Aulo Gellio.
5
Elio Festo Aftonio: grammatico vissuto tra il III e il IV secolo, fu
autore di un De
metris
in quattro libri.
6
Elio Donato: grammatico del IV secolo, fu l'autore dell'Ars
grammatica e
di due famosi commentarî, a Terenzio e a Virgilio.
7
Aquila Romano: grammatico e retore della seconda metà del III
secolo, fu autore di un De
figuris sententiarum et elocutionis.
8
Servio Mario Onorato: grammatico romano del IV
secolo,
fra i più noti commentatori di Virgilio.
9
Probo: grammatico pressoché sconosciuto del IV secolo. Il suo nome
è legato all'Appendix
Probi,
una lista di 227 parole latine che gli allievi del tempo
pronunciavano in modo inesatto; accanto alla forma fonetica errata
Probo riporta quella corretta. L'Appendix,
ritrovata nel XV secolo, è un documento di capitale importanza per
ricostruire le transizioni fonetiche dal latino alle lingue romanze.
10
Prisciano
di Cesarea: grammatico vissuto tra il V e il VI secolo, è autore
della monumentale Institutio
de arte grammatica.
11
Inizia
qui una lunga rassegna di personaggi sconosciuti, presentati come
compagni di studî dell'Atta-nasio. Del Monte ricavò i loro nomi da
documenti ufficiali del XIII e XIV secolo e li integrò nel poemetto
per conferire una parvenza di veridicità alla leggenda di Gelasio.
Alcuni cognomi, non riportati nei versi, si trovano in margine nel
manoscritto.
12
Gineceo:
qui vale «gruppo di donne».
13
Salvatore Cammisuli: originario di Pachino, dove nacque nella metà
del XIII secolo, operò in Toscana e fu autore di opere esegetiche
di ispirazione tomista e di un pamphlet contro i vegetariani. Le
fonti lo descrivono come un «guelfo arcigno» ed un goloso, ma
numerosi elementi mi inducono a dubitare che sia mai esistito.
14
Mariangela Failla: figura femminile di proverbiale bellezza, che
ricorre nei versi di un tale Giovan Luca F., poeta stilnovista del
XIII secolo. Nel sonetto S'io
prego Monna Lalli che Pietate
si presenta come un'originale incarnazione della donna angelicata e
la sua immagine si sovrappone a quella della ninfa Teti.
15
Gianluca:
vd. nota precedente.

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