domenica 22 dicembre 2013

Canto terzo





Disvelando il suo volto adamantino
si snebbiava pian piano tutto il polo,
quando, lasciando a man destra il giardino,
il cavalier guidò l'intero stuolo
di allievi per un natural cammino
che s'immetteva giù nel sottosuolo.
«Questo traforo – disse il cavaliero –
passa sotto le mura del maniero.»


Vanno per il cammin scavato in pietra
tra pozze d'acqua, piante morte e ragni
e, se qualcuno è ardito e non s'arretra,
non manca chi del lungo andar si lagni.
«Finita questa passeggiata tetra,
saremo giunti proprio sotto i bagni
del castello; da lì sarà un giochetto
raggiungere la camera da letto.»

Seguitò a camminare la masnada
verso sentieri sporchi ed involuti
in cui la luce si facea più rada
e un tappeto di rena e sassi acuti
si distendeva sull'intera strada.
Proseguiron decisi e risoluti
finché la loro tetra passeggiata
fu interrotta dai ferri d'una grata:

oltre le sbarre, al buio, era un recesso
in cui non si sarebbe visto a un palmo.
La via finiva. Stettero lì presso
meravigliati, in preda al cardiopalmo.
«Superando il cancello avrete accesso
al maniero. – spiegò poi il nano, calmo. –
Entrate, è aperto! Dentro troverete
una porta, tastando la parete.»

Entrarono gli allievi nella stanza
lercia come la stiva d'una nave.
Buonaguida restò dietro, a distanza,
e li spronò ad andar con voce grave;
alle lor spalle, poi, con noncuranza,
chiuse il cancello e rigirò la chiave.
Gli studenti gridaron sbigottiti:
«Compagni, Buonaguida ci ha traditi!»

Assentì il nano sollevando gli occhi:
«Pensavate di fare gli spavaldi
e invece siete in trappola. Che sciocchi!
Provate ora a tenere i nervi saldi
in compagnia dei topi e dei pidocchi!
Vi trovate nell'Antro dei Ribaldi,
dove va prigioniera ogni canaglia
che al Professore osi dar battaglia.

Mi credevate un angelo custode?
Io sono di Gelasio il primo servo.
E per aver da lui affetto e lode
sempre devoto il suo volere osservo.
Mi ha chiesto di attirarvi con la frode
per saggiare il vostro animo protervo
e non avete perso l'occasione
per progettare un'altra insurrezione.

I' mi son Buonaguida, lo scagnozzo
più astuto ed onorato della corte.
Rimarrete in quest'Antro orrido e sozzo
fino a che si saprà la vostra sorte.»
Al che un'allieva ruppe in un singhiozzo:
«Compagni, ci condanneranno a morte!»
E il nano: «Sì, su questo non ci piove:
resta da stabilire come e dove.»

Efialte è lì presso e non fa motto,
ma, rimanendo immobile e in disparte,
guarda il padrone ignobile e corrotto.
Si volta il cavalier dall'altra parte,
riprende in fretta il lugubre condotto
roccioso e dagli allievi si diparte.
Ahi, scolaretti soli ed infelici
traditi da chi vi chiamava amici!

Il Colonnello principiò un discorso
per confessare tutti i suoi timori:
«Io dovrei dare a tutti voi soccorso,
ma da quest'antro non so trarvi fuori.
Oh, come brucio adesso dal rimorso!
Terra crudel, perché non mi divori?»
Ma la pietà e l'orror furon sì intensi
che qui si gettò in terra e perse i sensi.

Il Grassottello disse: «Che tragedia!
Compagni miei, chi mai potrà salvarne?
A un errore fatal non si rimedia.
Deh, ma poiché le vostre membra scarne
non potranno resistere all'inedia,
prendete me, mangiate la mia carne!»
Qui s'infiammò come chi va al martirio,
ma svenne, ed interruppe il suo delirio.

Stettero con le spalle sulla roccia,
contando debolmente con le dita
gli istanti che passavan goccia a goccia.
Disse il Secchione: «Se anche resto in vita
come farò se il Professor mi boccia?
A che giovò questa missione ardita?
Ahimè, senza una splendida pagella
come può mai una vita essere bella?»

Qui puose fine al lacrimabil suono
e si lasciò cader. Con voce sorda
il Bullo pregò: «Dio, chiedo perdono
se di qualche misfatto ho l'alma lorda.
Al pensar che non sono stato buono
sai quanto la coscienza mi rimorda!»
Allora Dio, vedendo i lor tormenti,
mandava il Sonno a ristorar le menti.

Ad uno ad uno il Sonno li vinceva,
il Sonno che ogni angoscia tronca e spezza
e dalle cure umane risolleva.
Sognavan tutti quanti la salvezza
ed una mano che li soccorreva:
una mano gentile, una carezza
materna che addolciva il lor riposo
dentro quell'antro scabro e tenebroso.

Non v'erano coperte, tuttavia,
che lor dal freddo dessero riparo,
sicché divenne presto un'agonia
persino il sonno, e tutti si destâro.
A un tratto, al fondo della galleria,
riscintillò nel buio un lume chiaro,
un lume che sulla parete scura
proiettava una rapida figura.

Qualcuno che recava un lume acceso
veniva verso loro a grandi balzi,
ma così lievi e lesti e sanza peso
che credettero avesse i piedi scalzi.
Poi udirono un suono assai inatteso:
«Siete salvi! Chi dorme si rialzi!
Vi aiuto a scappar via da quest'anfratto!»
E chi veniva era Efialte il gatto.

Posando a terra un lume d'oro giallo,
Efialte s'avvicinò al cancello
dell'Antro e con un'asta di metallo
ne colpì tanto forte il chiavistello
che lo ruppe come esile cristallo.
Ribatté duramente il Colonnello:
«Efialte, va' via! Nessuno crede
che tu stia qui venendo in buona fede.»

Ma il gatto gli rivolse un tale sguardo
che il Colonnel capì ch'era sincero.
«Buonaguida è il vigliaccio ed il bugiardo,
non io. – spiegò Efialte. – Io dico il vero.
Adesso andiamo: siamo già in ritardo.
Son venuto non visto (almeno spero!)
nel cuore della notte a liberarvi
pria che venisse il bruto ad acciuffarvi.»

Per primo il Colonnel si rizzò in piedi
e seguì il gatto oltre il cancel d'acciaio;
poi disse: «Se ci liberi, non credi
di cacciarti da solo in qualche guaio?»
E il gatto: «Per bloccar quel leccapiedi
di Buonaguida e il suo burattinaio,
farei qualunque cosa; né ho timore
di tradire un padrone traditore.»

Poi ch'ebbero lasciato quella tana
percorsero il cunicolo selvaggio
verso l'uscita, tutti in fila indiana.
A un tratto tra le rocce filtrò il raggio
d'una luce che parve sovrumana:
erano già alla fine del passaggio.
Il gatto allora disse ai suoi eroi:
«La luna, amici, splende innanzi a noi!»

Liberi! Mentre a un alito sereno
fluttuava ogni fiore sul suo stelo
e gli animai dormivano e il terreno
vestiva un drappo lucido di gelo,
il castel, col suo forte terrapieno,
si stagliava agghiacciante contro il cielo.
Liberi! Gli scolari ed il felino
s'avviarono a un campo lì vicino.

Quando la schiera fu tutta raccolta,
il gatto disse: «La vostra alta impresa
continua: non cessate la rivolta
che avete con coraggio già intrapresa.
Vi guiderò io stesso questa volta.
Quando Gelasio firmerà la resa
ritorneremo nelle nostre case!»
Così disse Efialte, e li persuase.

Il Colonnel cercò negli altri assenso,
poi rispose: «Efialte, io non demordo:
combatterò fino alla morte, e penso
che i miei compagni tutti sien d'accordo.
Ma come entrare in quel castello immenso?»
E il gatto disse: «Se ben mi ricordo,
c'è un passaggio segreto che ne porta
dentro il maniero, per una via corta.

Vienmi a' panni con gli altri: ora vi guido
per una strada che hanno corso in pochi.»
E il Colonnello: «Andiamo: a te mi affido.»
Costeggiarono insieme gli ampi lochi
che intorno vallan quel castello infido,
per campi sparsi di violette e crochi
e prati luccicanti come smalto;
presero poi un cammin scosceso ed alto.

Gli allievi lo seguirono: ora, esperti
per essersi battuti su più fronti
e forti pei soprusi già sofferti,
volevan tutti regolare i conti.
«Anche se non verremo mai scoperti
per questa strada, siate svegli e pronti! –
disse il gatto, ed aggiunse con un ghigno: –
Ché Gelasio ne sa più del Maligno.»

Intessendo uno strano labirinto,
la strada si fa stretta e vieppiù bassa,
tanto che, se non viene a forza spinto,
il Grassottello proprio non vi passa.
«Il gran dedalo onde il castello è cinto
s'annoda come tortile matassa.
Ma io – disse Efialte, – so i segreti
di queste insuperabili pareti.»

Dopo pochi minuti erano giunti
in un piccolo e buio disimpegno
che pareva una cripta di defunti.
Disse il gatto: «Oltre questa porta in legno,
che cigola sui cardini consunti,
si apre di Gelasio il fosco regno.»
E poi che aprì la porta il gatto scaltro,
entraron tutti l'uno dopo l'altro.

Entrarono in un'elegante sala
dai muri chiari e il pavimento terso,
con una pista argentea, un'alta scala
e un pianoforte tutto d'or cosperso.
«Qui il Folle dà le sue cene di gala.
Vedete che Gelasio è ben diverso
da come appare: professor brutale,
tiene però alla sua vita sociale.»

Di lì mossero poi verso le stanze
del Professore, andando di sottecchi
e immaginando di convivî e danze
tra le pareti lucide di specchi.
Videro stese mussole ed organze
tra una finestra e l'altra; e ovunque vecchi
mobili, ornati da sontuosi intarsi,
e antichi vasi, splendidi a guardarsi.

Passarono per una biblioteca
traboccante di codici e volumi
sulle eccezioni della lingua greca
tutti illustrati da pregiati lumi.
Disse Efialte: «Quell'anima bieca
venera questi libri come numi:
cercando nottetempo oscuri lemmi
contro gli allievi ordisce stratagemmi.»

Videro intorno a loro grandi fusti
di colonne con spigoli scolpiti
su cui posavan dieci mezzibusti
già per il tempo logori e anneriti.
«Amici miei, questi uomini vetusti,
che furono grammatici e eruditi,
sono qui radunati in un concilio
capeggiato dal crudo Lucio Orbilio1.

In questa celeberrima famiglia
di seguito potete rimirare
l'emerito Isidoro di Siviglia2,
che Gelasio ritiene un luminare
tanto che a sé talvolta lo assomiglia;
Verrio Flacco3, Sulpicio Apollinare4,
Aftonio5, Donato6, Aquila Romano7,
Servio Onorato8, Probo9 e Prisciano10

Si spostarono poi alla chetichella
nell'andito. Ed il gatto: «Orsù, guardate! –
disse. – Vedete laggiù, in fondo, quella
porta ch'è chiusa a quindici mandate?
Essa conduce dentro una Cappella
in cui Gelasio tiene rinserrate
cose che nessun suddito ha mai visto
fra quanti vivon nel castello tristo.

Io stesso ho già provato molte volte
a discoprire quali stramberie
in quel luogo proibito son sepolte;
ma le sue astuzie superan le mie!
Invano, poi, molte altre anime stolte
hanno tentato ancor tutte le vie
e adottato ogni trucco e ogni cautela
per saper ciò che la Cappella cela.

C'è chi crede che dentro quel locale
il Professore faccia sacrifici
a qualche deità grammaticale
o escogiti nefasti malefici.
Io son persuaso che nessun mortale
possa mai immaginare a quali uffici
il Professor nella Cappella attenda
e cosa mai nasconda tal faccenda.»

Per quella stessa via, tirando dritto,
giunsero in un salone principesco:
per ciò un poco interruppero il tragitto.
Panche imbottite, scranni, un lungo desco,
cornici, anfore, arazzi, e sul soffitto
era dipinto uno stupendo affresco:
ne ammirarono assorti con un brivido
il colore brillante e ancora vivido.

Disse allora Efialte: «Ciascun guardi
con attenzione a quest'opera immensa:
vi son ritratti giovani goliardi
che brindano, seduti ad una mensa.
Questa banda di poveri infingardi,
assai pigra e allo studio non propensa,
visse molti anni fa in questo paese
e solo all'ozio dedicossi e intese.

Amici miei, i ragazzi che vediamo
rappresentati in questo bel quadretto
furon del Professore menagramo
il gruppo di compagni prediletto.
Il primo lì seduto è Peppe Addamo11,
che si liscia la barba ed il pizzetto
e sembra dire, empiendo la sua coppa:
Compagni, l'ebrietà non è mai troppa!”

Quella che si smascella per le risa,
tutta radiosa come il sol d'aprile,
è la famosa nobildonna Elisa,
illustre nell'aspetto e assai gentile.
Alla sua destra, poi, se ne sta assisa
Ottavia, spirto candido e infantile:
e mentre gli altri brindano, vedete
ch'ella solleva in alto il Faust di Goethe.

Ma tutta la taverna, amici, è piena
di giovinette luminose e belle:
fra loro si distingue Flavia Arena.
Ed ecco le tre nobili sorelle,
Stefania, Sara e Gaia, che la cena
allietano, ridendo a crepapelle;
l'altra che indossa quella veste azzurra
e sogguarda pensosa è la Candurra.

Colei che leva in alto il grave sguardo
è Federica Grasso, dama eletta;
le siede a fianco Miryam Pappalardo,
in viso docile anima perfetta;
ecco Giuseppe, giovane gagliardo;
ecco Sabrina, saggia giovinetta;
ecco, ultimo di loro, il buon Felice:
qual sia sua tempra, il nome suo lo dice.

Daccanto a lui sta Paola, buona amica
di Gelasio: in un angolo discosto
questa fanciulla altiera par che dica:
Che diavolo ci faccio in questo posto?”
Mirate, poi, Madonna Federica
che sul suo scranno sta dal lato opposto
e suona melodie con la chitarra
facendo insieme agli altri gran gazzarra.

Quella che al Professore sta vicina
e che fu sua compagna d'ateneo
è la frizzante e allegra Maria Pina;
completano il grazioso gineceo12
Eugenia la ben nata, ed Agrippina
che regnò insieme a Nella su Mineo;
e quell'altra che ha i crini lustri e biondi
è l'archeologa Giulia Raimondi.

Vedete quel fanciullo diligente?
Quello è il celebre Antonio La Rosa,
che studia un libro imperturbabilmente
né giorno mai, né notte mai riposa.
Poi è Messer Salvatore13, alma sapiente,
ma assai meno sapiente che golosa,
ché qui di carne impingua il ventre largo
come orso che si desti dal letargo.

Una ninfa vedete, che nel viso
porta d'Amore l'eternal scintilla
e da' capelli effluvio d'elicriso
spira, e per grazia sovra ogn'altra brilla:
riconoscete dal dolce sorriso
la divina Mariangela Failla14,
per la quale arse d'un amor profondo
un trovatore, l'ultimo del mondo.

E poi che anche i più schivi persuade
forma di donna somma e non caduca,
qual meraviglia che una tal beltade
fiamme d'amore in un poeta induca?
Il trovator veniva da contrade
umili e ignote, e avea nome Gianluca15;
e com'ella gli volse il guardo e il cenno,
egli ne fu rapito e perse il senno.

Chi era Gianluca niuno lo rammenta:
ma voi sappiate che quel poeta antico,
la cui gloria nel mondo adesso è spenta,
fu di Gelasio allora il primo amico.
Dove finì l'anima sua scontenta
per colpa di quel bruto, non vi dico.»
Qui il gatto tacque, come chi in cuor serba
vecchio rimpianto o rimembranza acerba.

E il Colonnel: «Perché tanto ti strazia
il ricordar della sua sorte rea?
Qual pena mai toccogli, o qual disgrazia?»
A lui cupo Efialte rispondea:
«Come la maga che non fu mai sazia
del suo essere crudel, Circe di Eèa,
e solo per diletto, anzi per noia,
tramutò in porci i militi di Troia,

così Gelasio con Gianluca fece,
quando ne tramutò l'uman sembiante
in quel d'un animale d'altra specie.
Mi fermo, amici, e non racconto avante,
perché dir più di questo non mi lece.»
Allora la sua voce altisonante
ne fu incrinata da un così gran pianto
che ciascun tacque con il cuore affranto.

Usciti tutti dal salone, poi,
presero a camminar lunghesso i muri.
E mentre andavan per i corridoi
e si sentian più forti e più sicuri
udirono una voce: «Guai a voi,
studentelli ostinati ed immaturi!»
Voltando il capo, si videro a lato
il Professore con un corpo armato.

E non giovò gridare a più non posso,
ché quella classe già troppo infelice
si ritrovò un'intera truppa addosso.
Disse Gelasio, e li guardò in tralice:
«Alle vostre rivolte ho fatto l'osso!
Deciderà la Savia Imperatrice
quale castigo sembri a voi più adatto. –
Poi si rivolse furibondo al gatto: –

Quanto a te, animal perfido e rio,
ti prosciugherò il sangue dalle vene!
M'era parso d'udire un calpestio
mentre dormivo: e avevo udito bene!
Avete osato, e pagherete il fio.
Gendarmi, orsù, metteteli in catene!»
E come impartì l'ordine ai soldati
i ribelli eran tutti incatenati.

A forza ne è condotta quella greggia
di sventurati allievi al pian di sopra,
perché l'Imperatrice della reggia
giudichi della loro audace opra
ed alla retta punizion provveggia.
Ma nel prossimo canto è ben ch'io scopra
ciò che la classe, ormai prostrata e esausta,
ebbe a patire in quella notte infausta.

1 Lucio Orbilio Pupillo: grammatico del I secolo a.C., fu il maestro di Orazio, il quale nell'epistola prima del II libro ne ricorda le maniere violente: «Non equidem insector delendave carmina Livi / esse reor, memini quae plago-sum mihi parvo / Orbilium dictare.» «Non voglio perse-guitare Livio, non voglio distruggere le sue opere (ricordo come Orbilio me le spiegava, da piccolo, a colpi di frusta») (Ep. II, 1, 68-71). Svetonio gli dedica il IX libro del De grammaticis et rhetoribus, ove lo dice autore di un libro dal titolo «Perìalogos», in cui raccoglieva «le lamen-tele per le offese che i professori ricevevano a causa della negligenza o dell'ambizione dei genitori.» («Librum etiam cui est titulus Perìalogos edidit, continentem quere-las de iniuriis quas professores neglegentia aut ambitione parentum acciperent.») Svetonio riporta anche un verso di Domizio Marso, nel quale si ricordano «coloro che Orbilio fece a pezzi con la sferza e lo scudiscio.» («[...] quos Orbilius ferula scuticaque cecidit»). Morì molto anziano, lasciando un figlio che portava il suo nome e che divenne a sua volta professore. Le analogie fra Orbilio e Gelasio non hanno bisogno di essere esplicitate.
2 Isidoro (560-636), vescovo di Siviglia: noto soprattutto per le Etymologiae, opera d'erudizione che si presenta come un compendio di tutto lo scibile umano, scrisse anche opere di grammatica, fra le quali un trattato De differentiis verborum e i Synonymorum libri II.
3 Verrio Flacco: grammatico dell'età augustea, fu precettore di Gaio e Lucio, nipoti di Ottaviano, e autore di un'opera De verborum significatione.
4 Sulpicio Apollinare: grammatico e metricista di origini cartaginesi, visse nel II secolo e fu maestro di Aulo Gellio.
5 Elio Festo Aftonio: grammatico vissuto tra il III e il IV secolo, fu autore di un De metris in quattro libri.
6 Elio Donato: grammatico del IV secolo, fu l'autore dell'Ars grammatica e di due famosi commentarî, a Terenzio e a Virgilio.
7 Aquila Romano: grammatico e retore della seconda metà del III secolo, fu autore di un De figuris sententiarum et elocutionis.
8 Servio Mario Onorato: grammatico romano del IV
secolo, fra i più noti commentatori di Virgilio.
9 Probo: grammatico pressoché sconosciuto del IV secolo. Il suo nome è legato all'Appendix Probi, una lista di 227 parole latine che gli allievi del tempo pronunciavano in modo inesatto; accanto alla forma fonetica errata Probo riporta quella corretta. L'Appendix, ritrovata nel XV secolo, è un documento di capitale importanza per ricostruire le transizioni fonetiche dal latino alle lingue romanze.
10 Prisciano di Cesarea: grammatico vissuto tra il V e il VI secolo, è autore della monumentale Institutio de arte grammatica.
11 Inizia qui una lunga rassegna di personaggi sconosciuti, presentati come compagni di studî dell'Atta-nasio. Del Monte ricavò i loro nomi da documenti ufficiali del XIII e XIV secolo e li integrò nel poemetto per conferire una parvenza di veridicità alla leggenda di Gelasio. Alcuni cognomi, non riportati nei versi, si trovano in margine nel manoscritto.
12 Gineceo: qui vale «gruppo di donne».
13 Salvatore Cammisuli: originario di Pachino, dove nacque nella metà del XIII secolo, operò in Toscana e fu autore di opere esegetiche di ispirazione tomista e di un pamphlet contro i vegetariani. Le fonti lo descrivono come un «guelfo arcigno» ed un goloso, ma numerosi elementi mi inducono a dubitare che sia mai esistito.
14 Mariangela Failla: figura femminile di proverbiale bellezza, che ricorre nei versi di un tale Giovan Luca F., poeta stilnovista del XIII secolo. Nel sonetto S'io prego Monna Lalli che Pietate si presenta come un'originale incarnazione della donna angelicata e la sua immagine si sovrappone a quella della ninfa Teti.
15 Gianluca: vd. nota precedente.

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